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E PARLIAMO DELL’AGGIORNAMENTO DEI PROF


Dicono che noi insegnanti dobbiamo aggiornarci se vogliamo essere meritevoli del compito che ci viene affidato, ovvero di formare, educare e istruire le nuove generazioni che avranno un domani il potere sul mondo. Vabbè, questo forse è esagerato ma è inutile negare che il nostro è un ruolo prezioso perché noi docenti siamo donne e uomini che fanno ogni giorno della conoscenza un dono. Parole del ministro (ministra non lo scriverò mai!) Valeria Fedeli, pronunciate in occasione della Giornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’UNESCO nel 1994, giornata che, diciamolo, non se la fila o almeno non l’è filata nessuno per molti anni. Solo ultimamente i media ci ricordano che esiste, che si celebra – oddio, celebra è una parola grossa – il 5 ottobre di ogni anno. E ogni 5 ottobre, da qualche tempo, gli insegnanti conquistano un posto d’onore, diciamo così, nel panorama della carta stampata e dei tiggì per poi ricadere nel dimenticatoio… anche dei ministri, ahimè.

Ma non è della Giornata Mondiale degli Insegnanti che volevo parlare. Il fatto è che in quella occasione i vari ministri non solo ci elevano agli onori, che per la categoria più bistrattata della Pubblica Amministrazione rimane una parola che non ha riscontri nella pratica di tutti i giorni, ma ci ricordano anche i vari oneri che non sono pochi. Tra questi l’aggiornamento. Così si esprimeva il ministro Fedeli il 5 ottobre scorso:

“L’educazione di qualità delle nuove generazioni è un fattore di sviluppo fondamentale e trasversale delle nostre società, come sottolinea anche l’Agenda 2030 dell’Onu. Il ruolo svolto dalle docenti e dai docenti è prezioso. La loro valorizzazione e il riconoscimento della dignità della loro professione è importante. È per questo che stiamo lavorando al rinnovo del loro contratto, bloccato ingiustamente per troppo tempo. Siamo impegnati a trovare le risorse in Legge di Bilancio per adeguare le loro retribuzioni. Indispensabili sono anche la loro formazione e il loro aggiornamento costante: c’è un Piano che è stato predisposto a tale scopo, perché vogliamo sostenerli nella guida delle studentesse e degli studenti di fronte ai mutamenti e ai cambiamenti repentini che attraversano le nostre società”.

Ora, vorrei lasciare da parte il discorso sul rinnovo del contratto perché la miseria di 85 € di aumento lordo promesso credo possa essere riconosciuto da tutti – anche da chi ci denigra – un insulto. Lo è soprattutto nei confronti di quegli insegnanti che lavorano con sacrificio e abnegazione, senza guardare la busta paga mensile. Questi sono sicuramente la maggioranza anche se una sparuta minoranza, costituita anche da poveri derelitti consumati dallo stress che ingiustamente non viene considerato malattia professionale (solo ora qualcosa si sta muovendo ed esclusivamente per le maestre della scuola dell’infanzia in previsione di poter usufruire dell’Ape Social), fa certamente più notizia.

Non voglio parlare del contratto, dicevo, e nemmeno della valorizzazione che, grazie al bonus per il merito, dovrebbe essere garantita ma le cifre che girano – almeno quelle che sono arrivate nelle mie tasche, pur ammazzandomi di lavoro – sono ridicole e costituiscono più un’offesa che il riconoscimento del merito. Mi soffermerò, invece, a parlare dell’aggiornamento che, a detta di Valeria Fedeli, è indispensabile per guidare i giovani che frequentano le nostre scuole, di fronte ai cambiamenti sociali repentini. Detta così, sembrerebbe prioritario stare al passo con i tempi soprattutto nella didattica, meglio se con l’ausilio delle cosiddette “nuove tecnologie” che non si sa bene cosa siano soprattutto per quel significato effimero dell’aggettivo “nuovo”, considerando che se compri uno smartphone oggi – è solo un esempio – domani è già vecchio.

Io mi sono sempre aggiornata, nei tempi e luoghi che ho ritenuto più opportuni. Non ho certamente bisogno che un ministro dell’Istruzione me lo dica. Anzi, per esperienza personale posso dire che l’obbligo, in quanto tale, spesso ottiene effetti catastrofici. In primo luogo, sentirsi obbligati a frequentare dei corsi di per sé non aumenta il valore dell’insegnamento perché spesso ciò che è coercitivo viene vissuto male. In secondo luogo, ogni volta che scatta l’obbligo di aggiornarsi (è successo più volte nei miei lunghi anni di insegnamento, anche legato allo scatto stipendiale, per poi decadere miseramente dopo aver inutilmente frequentato 200 ore di corsi) spuntano come funghi proposte di vario tipo, alcune di fatto irricevibili ma che importa, tanto la cosa fondamentale è “fare ore”. Insomma, la qualità delle proposte frequentemente lascia a desiderare.

Ultimamente ho frequentato due corsi, anche se quest’obbligo di ufficiale ha ben poco, soprattutto in relazione alla quantità di ore che dovremmo perdere, e lo dico non solo per provocazione ma perché spesso è davvero una perdita di tempo. Due esperienze diametralmente opposte, pur avendo in comune il tema, ovvero la didattica digitale, che cercherò di descrivere brevemente. Tengo a precisare che la frequenza era pomeridiana e non in orario di servizio.

Un corso è stato davvero interessante e posso dire di avere imparato tante cose che non conoscevo. La docente che ha tenuto il corso era preparatissima, coinvolgente, disponibilissima nel venire incontro alle esigenze di tutti i corsisti (una ventina più o meno). Si metteva davanti al pc, con alle spalle lo schermo su cui potevamo seguire passo passo le sue spiegazioni. Aveva predisposto un’infinità di materiali – anche troppi a mio parere – per poter dimostrare nella pratica ciò che avremmo potuto produrre attraverso varie piattaforme digitali. Noi discenti avevamo tutti una postazione con pc e potevamo seguire le istruzioni della formatrice per mettere in pratica senza inutili perdite di tempo, a provare e riprovare, ciò che veniva spiegato in teoria.

Un altro corso, che purtroppo per qualche settimana si è sovrapposto all’altro (quindi ero impegnata anche 8 ore a settimana), non mi ha dato assolutamente nulla e lasciato solo tanta rabbia per aver perso così tanto tempo inutilmente. Il docente formatore (titolo che, a parere di tutti i corsisti, rivestiva indegnamente) non ha spiegato nulla – non era nemmeno in grado di parlare un italiano corretto dal punto di vista grammaticale – né tanto meno ci ha guidati nell’esplorazione di piattaforme digitali che avremmo potuto utilizzare nella didattica. All’inizio di ogni incontro si limitava a esporre il programma della giornata, cioè tutto ciò che avremmo potuto provare a sperimentare da soli nelle 4 ore, senza tuttavia darci nessuna istruzione pratica. Nel programma che era esposto su una piattaforma di condivisione interna c’erano dei link che spesso non funzionavano o erano errati, che avrebbero dovuto rimandare alle piattaforme da sperimentare le quali spesso riportavano istruzioni in inglese, il che rendeva tutto più difficile mentre sarebbe stato molto più agevole essere guidati da lui tramite dimostrazione pratica. Verso chi richiedeva il suo aiuto era disponibile ma in una “classe” di più di 20 persone è evidente che la gestione diventava impossibile per poter accontentare tutti.
Io ho cercato di arrangiarmi ma perlopiù ho approfittato della situazione per scambiare quattro chiacchiere con i colleghi, alcuni sconosciuti fino a quel momento. Diciamo che per quanto riguarda la socializzazione l’esperienza è stata positiva ma a quel punto tanto valeva andare al bar davanti a un cappuccino fumante, senza perdere 18 ore in chiacchiere all’interno di un edificio scolastico.
Per quanto riguarda la maggior parte dei corsisti, erano impegnati nella correzione o preparazione di compiti, nella compilazione del registro elettronico e a rispondere a qualche e-mail. Qualcuno ne ha approfittato per leggere i quotidiani on line, per farsi un solitario o per prenotare la prossima vacanza su Tripadvisor. Insomma, qualche esperienza del digitale è stata fatta!

In conclusione posso dire che i due formatori erano entrambi nominati, attraverso titoli specifici da valutare per mezzo di un regolare bando, nell’ambito del PON (Programma Operativo Nazionale) del Miur, così descritto sul sito: «intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento” è un piano di interventi che punta a creare un sistema d’istruzione e di formazione di elevata qualità. È finanziato dai Fondi Strutturali Europei e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.» Compenso lordo orario per i formatori: 70 euro, cui si aggiungono i 35 per i cosiddetti tutor che in aula ho intravisto poche volte. Fate il calcolo per 18 ore… Certamente la formatrice del primo corso se li è sudati ma il sedicente formatore del secondo potrebbe essere quasi accusato di appropriazione indebita.

Ora considerate i due esempi riportati e chiedetevi come funziona la scuola italiana. C’è chi si suda e merita tutto ciò che gli/le viene dato, ma c’è anche chi, pur facendo poco o nulla, s’intasca il gruzzolo senza merito alcuno. I due sono stati pagati allo stesso modo quindi non mi vengano a parlare di merito e valorizzazione perché son tutte fandonie: c’è chi viene giustamente valorizzato e chi intasca il gruzzolo e basta.

[fonti: Orizzonte Scuola per i riferimenti al ministro fedeli; immagine da questo sito]

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E’ GIUSTO RIFIUTARE IL BONUS PER IL MERITO?

soldiUn argomento che fa discutere molto in questo periodo il mondo della scuola è quello relativo al bonus per il merito introdotto dalla Legge 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Il Miur ha stanziato per la valorizzazione del merito del personale docente 200 milioni di euro annui, a decorrere dall’anno 2016, da distribuire a tutte le scuole di ogni ordine e grado, in proporzione alla dotazione organica dei docenti e considerando i fattori di complessità delle istituzioni scolastiche e delle aree soggette a maggiore rischio educativo (in media 23mila euro lordo stato per istituto). Ogni scuola, per assegnare questo bonus ai docenti meritevoli, ha istituito (o almeno avrebbe dovuto…) un comitato di valutazione ad hoc, composto dai rappresentanti di tutte le componenti (per gli istituti superiori è presente anche un rappresentante degli studenti), il Dirigente Scolastico che lo presiede e un membro esterno identificato dall’Ufficio Scolastico regionale competente. A questo comitato spetta il compito di definire dei criteri per l’assegnazione del bonus, anche se sarà completamente a discrezione del DS l’attribuzione dello stesso.

Come sappiamo, il programma de #labuonascuola è stato osteggiato dalla maggior parte dei docenti, con la “complicità” di genitori e studenti. Insomma, pur non piacendo a nessuno, la proposta è diventata legge.

Uno dei nodi più difficili da sciogliere è stato ed è, appunto, quello relativo alla valorizzazione del merito. In primo luogo, perché viene visto come un “contentino” per mettere a tacere gli insegnanti con il contratto scaduto dal 2009, in secondo luogo perché questo bonus, inevitabilmente, porta a una gerarchizzazione dei docenti, dividendoli tra “buoni” (meritevoli del bonus) e “cattivi” (esclusi dall’assegnazione della gratifica). Infatti, poiché il Miur ha raccomandato di non distribuire a pioggia questi premi (in realtà l’importo è davvero esiguo, quindi a ciascuno spetterebbe una manciata di euro, per una pizza o poco più), solo due terzi dei docenti sarà “premiato”.

In realtà, il problema vero è che l’assegnazione del bonus non garantisce che venga davvero premiato il merito, o per lo meno che questa somma di denaro, esigua o meno, compensi il buon lavoro dell’insegnante a livello didattico. Questa osservazione, che sembra paradossale, in verità ha dei fondamenti inoppugnabili.

Il terzo comma dell’articolo 11 della Legge 107/2015, infatti, prevede che vengano individuati i criteri per valutare «la qualità dell’insegnamento e il contributo al miglioramento dell’istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti». Tuttavia, stabilire dei criteri oggettivi è molto difficile (quanto meno lo è nei tempi stretti concessi) ed è per questo che i comitati si orienteranno verso gli altri ambiti, ovvero quelli relativi ai «risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche» e alle «responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale».

In altre parole, verrà premiato chi partecipa a progetti, chi assume compiti organizzativi, chi ha degli incarichi specifici (ad esempio quello di coordinatore di classe) e chi si occupa di nuove tecnologie, interessanti ma non applicabili a tutte le discipline in ugual misura e comunque non garanti, di per sé, di una migliore qualità della didattica.

Non si tiene in alcun conto il fatto che, anche nell’insegnamento “ordinario”, c’è chi ha oneri di lavoro più pesanti (ad esempio chi, come me, insegna Lettere e deve valutare ogni materia con voti orali e scritti) e chi meno. Praticamente tutto il lavoro sommerso che non è quantificabile in termini di ore né verificabile in quanto si tratta di attività che ognuno svolge a casa, nei tempi e modi che ritiene più opportuni.

Proprio per questo motivo, ovvero per il fatto che questo bonus non valorizza il lavoro ordinario ma quello straordinario (già retribuito, anche se con somme modeste attraverso il fondo d’istituto), in Italia molte scuole si sono mobilitate e i docenti, non tutti ma la maggior parte di essi, hanno dichiarato la propria “indisponibilità a ricevere il bonus”. In qualche istituto non è stato nemmeno eletto il comitato di valutazione oppure in qualche caso alcune componenti hanno rifiutato l’elezione. Addirittura alcuni studenti si sono opposti all’elezione come rappresentanti nei comitati dei propri istituti.

I sindacati, da parte loro, minacciano di ricorrere ai tribunali. Il contenzioso nasce dal fatto che, essendo il bonus a tutti gli effetti uno stipendio accessorio che non prevede attività che i docenti sono obbligati a svolgere, deve essere oggetto di trattazione decentrata. In parole semplici, in ogni scuola il DS dovrebbe discutere con le RSU (rappresentanti sindacali) sulla destinazione di questi premi, cosa questa esclusa dalla Legge 107/2015 che, al contrario, prevede l’assoluta autonomia del dirigente in questo senso.

Ma qualora questi fondi non vengano utilizzati, è possibile che abbiano altre destinazioni? In qualche scuola si è pensato di dirottare queste somme su particolari progetti didattici a beneficio degli alunni più deboli. Nobile intento, davvero, ma non so quanto legittimo. C’è il rischio concreto che in questo modo il Miur non rinnovi la somma destinata alla valorizzazione del merito per i docenti negli anni a venire.

Insomma, la questione è molto confusa. Se da una parte è apprezzabile un atteggiamento di rifiuto, personalmente mi chiedo se non sia meglio mettere da parte l’orgoglio e anche la rabbia, accettando ciò che arriva, se arriva, in attesa che la questione oggi fumosa sia definita meglio in futuro.

Lo confesso: inizialmente mi ero rifiutata di concorrere per il bonus (nessuno, infatti, è obbligato a presentare l’autocertificazione per la definizione del punteggio, ma tutti i docenti sono potenziali destinatari del premio, pur non producendo alcunché), contraria a quella raccolta punti che in definitiva è diventata l’attribuzione del premio. Poi ho pensato che comunque vada, sarà sempre meglio che regalare la mia eventuale quota a chi è meno orgoglioso… e non necessariamente più bravo.

[immagine da questo sito]

QUALCHE CHIARIMENTO IN QUESTO POST

STUDENTI ESCLUSI DAL LICEO LINGUISTICO PER I VOTI TROPPO BASSI ALLA SCUOLA MEDIA. LESO IL DIRITTO ALLO STUDIO EPPURE ….

pinocchio_orecchie_d'asinoLo so che quello che sto per dire risulterà antipatico, per usare un eufemismo. Tuttavia, insegnando al liceo e considerando la preparazione degli studenti che si iscrivono alla prima (non tutti, fortunatamente, ma molti), sono dell’opinione che si dovrebbe optare per un orientamento serio. Non, come ora avviene, un semplice consiglio che si può seguire oppure no. Dei veri e propri paletti, per il bene degli studenti stessi, s’intende.

Questa riflessione nasce da una notizia appena letta su La Tecnica della Scuola: 18 ragazzini che frequentano la terza media sono stati esclusi dall’iscrizione alla classe prima per l’A.S. 2014/15 al Liceo Linguistico “Mazzini” di Genova perché hanno riportato una media inferiore al 7.5 nel secondo anno.

Come si può immaginare, il fatto ha suscitato molte polemiche in quanto la decisione del liceo (il cui regolamento non è noto ma, anche se prevedesse dei paletti per l’iscrizione, si tratterebbe di una decisione arbitraria che non ha riscontri legali) lederebbe il diritto allo studio. Non dimentichiamo, inoltre, che il biennio della scuola superiore rientra nell’obbligo scolastico. Va da sé che la scuola prescelta ha il dovere di accogliere le domande di iscrizione, a meno che non si verifichi un eccesso di domande rispetto alle classi preventivate in organico. Dovesse presentarsi tale eventualità, l’istituto avrebbe comunque l’obbligo di dichiarare in che modo intende procedere per l’esclusione di parte degli studenti iscritti (ordine d’arrivo delle domande, sorteggio …), meritocrazia a parte.

Detto questo, sono solidale con i ragazzini e le loro famiglie e condivido le proteste che si sono levate soprattutto dall’Uds (Unione degli studenti italiani).

«Riteniamo inaccettabile – dichiara Giacomo Zolezzi, Coordinatore dell’Unione degli studenti Genova – quello che sta succedendo al Liceo linguistico Mazzini. Questa è una vera e propria lesione del diritto allo studio per 18 ragazzi ancora in età di scuola dell’obbligo, che saranno esclusi dall’iscrizione alla scuola a causa di una valutazione riportata in seconda media».

«La scuola pubblica – aggiunge Roberto Campanelli, coordinatore nazionale dell’Udu – ha degli obiettivi precisi per la crescita individuale e collettiva, non può porre barriere, né impedire ad un gruppo di studenti di perseguire le proprie personali attitudini o chiedere loro di ripiegare su altri indirizzi. Così viene meno la missione educativa della scuola».

Rimane il fatto che, come ho scritto all’inizio del post, molti ragazzini non seguono i consigli orientativi dei docenti della scuola media e spesso vengono consigliati a intraprendere un percorso di studi liceali da genitori in cerca di soddisfazioni personali. E’ brutto da dire ma le famiglie dovrebbero capire che, al di là della scelta di una scuola superiore ritenuta migliore di altre, più prestigiosa e maggiormente affidabile, è necessario fare i conti con i figli che si hanno, con le loro capacità, con i loro risultati scolastici e le loro aspirazioni.

Ciò che dico è il risultato di decine di colloqui allo sportello d’ascolto con studenti in difficoltà che non sanno che pesci pigliare di fronte all’insuccesso scolastico (che spesso si protrae per due o più anni): se da una parte uno non si sente tagliato per quel determinato tipo di scuola (ammesso che si possa asserire ciò), dall’altra non si vuole deludere i genitori e le loro aspettative. Senza contare che molto spesso l’indecisione si protrae anche per “pigrizia”, per la mancanza di un’alternativa convincente e si va avanti quasi per inerzia, collezionando insuccessi, ripetendo anni, cercando di stare a galla in qualche modo per non sprofondare. A volte ci riescono pure ad arrivare in quinta, arrancando, con debiti ogni anno e voti di consiglio (i 6 che un docente non vorrebbe mai assegnare spontaneamente) che sono il risultato della “politica del promuoviamo tutti e amen”, infelice parto dell’atteggiamento buonista di molti docenti.

Non sempre la promozione a tutti i costi fa il bene degli studenti. In primo luogo, perché crescono con l’idea che nella vita si trovi sempre una scappatoia, una mano tesa che non li fa precipitare nel burrone. In secondo luogo perché a volte, non sempre, studenti mediocri al liceo potrebbero essere bravi in un istituto tecnico o professionale, con maggiori gratificazioni che li incoraggerebbero a fare sempre meglio per dimostrare di non essere degli incapaci.

Io credo che le cose debbano cambiare.
Non è possibile escludere dall’iscrizione al liceo un ragazzino con la media dei voti bassa? Sì, ora non si può. Non si può escludere, però, un sistema selettivo in futuro, con un orientamento serio e vincolante. Poi è anche vero che i prof possono sbagliare, che la maturità dei ragazzi può fare la differenza in termini di tempo, che si inizi zoppicando e poi si prenda il ritmo e si recuperi, procedendo senza intoppi nel percorso di studi.

Allora cosa si può fare? Ad esempio istituire un biennio unico, con la possibilità di scegliersi parte del curriculum a seconda delle aspirazioni e delle attitudini, potendo iniziare un percorso e “correggere il tiro” strada facendo.

Io sogno una scuola moderna che garantisca il successo scolastico a tutti. Una scuola in cui la motivazione provenga dalle performance stesse, senza concessioni e “regali” di fine anno. Sogno una scuola che probabilmente non prenderà mai piede in Italia, perché noi siamo quelli del “lasciamo le cose come stanno per fare meno danni”. E non ci accorgiamo che i danni li facciamo, eccome, proprio a causa della scarsa elasticità mentale.

Istruzione: merito e valutazione, le parole d’ordine di chi non vuole pensare

Effettivamente …

onesiphoros

Da “Ilfattoquotidiano“, di Andrea Bellelli.

Il neo-ministro dell’istruzione Stefania Giannini ha rilasciato al Messaggero un’intervista nella quale ha indicato quelle che, secondo Lei, dovrebbero essere le linee guida per la scuola italiana: merito e valutazione. Non poteva cominciare peggio, con frasi fatte non solo vuote e banali, ma anche sottilmente classiste, che squalificano chi le pronuncia e chi le apprezza.

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A PROPOSITO DI MERITOCRAZIA E CHEATING

Leggo sul blog di Giorgio Israel, che seguo abitualmente e che ammiro per l’intelligenza e per l’onestà con cui tratta gli argomenti che gli stanno a cuore, un articolo interessantissimo che tratta, ancora una volta, di meritocrazia. Tema molto caro a Israel, su cui il professore ha le idee chiare e, almeno per me, condivisibili:

[…] in questi tempi in Italia non si fa che parlare di “merito” e “meritocrazia”, il che – se le parole hanno ancora un senso – significa premiare i meritevoli, i più bravi e volenterosi, e farla finita con la prassi per cui tutti vanno avanti indipendentemente dalle loro capacità e prestazioni. Si mettono in piedi progetti per individuare e premiare i “migliori” insegnanti e le scuole “migliori”. Poi però si viene a sapere che la prassi di copiare durante gli esami non soltanto dilaga ma viene favorita o addirittura promossa da certi insegnanti.

Fin qui credo non ci sia nulla da eccepire. Eppure recentemente dal rapporto InValsi, relativo alle prove somministrate, lo scorso maggio, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, è emerso che il cheating (la copiatura, il barare) non è un fenomeno diffuso, almeno in presenza degli osservatori. Eh già, ma quando il gatto non c’è
Non serve essere degli esperti per capire che se nelle scuole italiane, soprattutto in certe regioni, gli studenti brillano all’Esame di Stato, nonostante i rilevamenti dell’InValsi non siano loro favorevoli, il sospetto che i topi ballino non è solo una fantasia degli insegnanti del Nord che ritengono ingiusti i risultati ottenuti dalle loro scuole che, in teoria, sarebbero le migliori sul territorio nazionale.

Certo, sono tutte illazioni. Il professore Israel, però, ritiene di avere delle fonti attendibili e svela una realtà che ai docenti più onesti e deontologicamente corretti è molto difficile anche solo immaginare:

Mi raccontano – e la fonte è attendibile – che in un liceo importante l’insegnante (per giunta vicepreside) che sorvegliava la prova di matematica di maturità ha dato il posto in cattedra allo studente notoriamente migliore e poi, quando questi ha risolto il problema ha passato la soluzione a tutti. Nelle prove di latino, l’insegnante ha “scaricato” la traduzione da internet e l’ha trasmessa ai candidati. È da immaginare quali risultati avrebbe dato il progetto sperimentale del ministero (premiare i migliori insegnanti scelti dal preside e da due colleghi eletti)…

E si ritorna, quindi, al nodo della questione: quali strumenti sicuramente attendibili utilizzare ai fini meritocratici? Parla facile Abravanel (vedi articolo linkato) quando osserva: La grande occasione persa nel non aver esteso i test Invalsi alla maturità non è solo quella di una grande occasione perduta per rilanciare la meritocrazia nella selezione per l’accesso alla università. Quei test potrebbero essere utili anche per valutare il sistema educativo italiano dove è più debole e ineguale: l’istruzione superiore e l’università.
Possiamo immaginare quanto sarebbero stati attendibili i risultati … sempre in assenza dei gatti.

Come ho già avuto modo di dire (LINK) i test InValsi non sono uno strumento attendibile, tantomeno la famigerata commissione interna d’istituto che darebbe troppo potere ai dirigenti e creerebbe inevitabili tensioni fra i docenti. Ma, questione meritocrazia a parte, cosa si può (e si deve) fare per evitare che il cheating continui ad essere praticato? Quali sanzioni dovrebbero essere inflitte a quei docenti che aiutano i loro studenti per farli brillare? E cosa fare affinché comportamenti scorretti siano scoperti? Dobbiamo forse aspettare che qualcuno faccia la spia? E in questo caso, chi? Altri docenti, seri ed onesti, o gli studenti stessi, magari quelli che non hanno potuto fare affidamento sulla bontà dei loro insegnanti?

Rileggendo l’articolo di Israel, mi colpisce soprattutto una parte: Nelle prove di latino, l’insegnante ha “scaricato” la traduzione da internet e l’ha trasmessa ai candidati. Voglio dire, almeno avesse fatto lei o lui la traduzione personalmente! Dovrebbero sapere i docenti che insegnano Latino (e anche quelli di Greco) che le traduzioni dei brani che si trovano sul web spesso sono inaffidabili, eccessivamente “libere” e non sempre corrette. Senza contare che affidarsi ad Internet per ottenere una traduzione è un pessimo esempio. Anche il professor Israel si pone lo stesso problema, citando Paolo Ferratini (uno degli esperti che si è occupato del Regolamento relativo al riordino dei Licei):

Ha ragione Paolo Ferratini quando osserva che ormai gli studenti traducono dal latino benissimo a casa e malissimo a scuola. Egli suggerisce allora all’insegnante di smettere di dare versioni a casa, di prendere atto della situazione e iniziare a costruire percorsi di apprendimento dai migliori siti della rete, imparando e insegnando a distinguerli dalla spazzatura

.

La proposta non è del tutto strampalata. Ma accanto all’attività di comparazione tra testi tradotti per distinguere il meglio del web, io da anni adotto un’altra strategia: lavorare in classe con gli allievi, anche attraverso i laboratori di traduzione, dividendo la classe in gruppi eterogenei e affidando la gestione di ciascun gruppo agli studenti migliori. Con la speranza che non usino il cellulare per connettersi … ora che il ministro Brunetta ha pensato di distribuire alle scuole il kit wi-fi gratuito, non ci sarà nulla di più facile.

[immagine da questo sito]

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