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#MATURITÀ2019: ADDIO TERZA PROVA, BENVENUTI (?) TEST INVALSI

Da quando è nata, nel 1997 con la riforma dell’Esame di Stato del II ciclo, l’hanno bistrattata chiamandola impropriamente “quizzone”. In realtà credo che in poche scuole superiori in così tanti anni sia stata proposta la terza prova a crocette (risposte chiuse), preferendo la formula dei “quesiti a risposta singola” (tipologia b) che è tutt’altro che semplice. Infatti, pur considerando che non esiste una terza prova “ministeriale” uguale per tutte le scuole o per ogni indirizzo, questo terzo scritto è sempre stato il più temuto dai maturandi.

La finalità della terza prova, secondo il D.M. n. 429 del 20 Novembre 2000, è quella di «accertare le conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato, nonché le capacità di utilizzare e integrare conoscenze e competenze relative alle materie dell’ultimo anno di corso, anche ai fini di una produzione scritta, grafica o pratica». Ciò significa che le domande riguardano tutto il programma di quattro o cinque materie del quinto anno, a seconda della scelta di ciascuna commissione (circa 10-15 quesiti, due o tre per ciascuna disciplina, che prevedono una risposta chiara e sintetica con un numero di righe da rispettare). Tutt’altro che semplice.

Con il prossimo anno scolastico la terza prova non ci sarà più. Le prove scritte rimarranno due (Italiano per tutte gli istituti e una materia caratterizzante a seconda del tipo di scuola e indirizzo) ma i ragazzi iscritti al quinto anno dovranno affrontare, prima dell’esame, i nuovi test elaborati dall’InValsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) che da molti anni ormai ha il compito di testare il livello di apprendimento degli studenti italiani che frequentano scuole di ogni ordine e grado.

Il nuovo Esame di Stato del II ciclo è descritto nel decreto legislativo approvato il 7 aprile 2017 e contempla anche altri cambiamenti: l’attribuzione del credito scolastico che passa da 25 a 40 punti; l’ammissione all’esame anche con delle insufficienze (a patto che la media sia 6); il colloquio che inizierà non più con la famigerata testina pluridisciplinare ma con una relazione e/o un elaborato multimediale sull’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nell’arco del secondo biennio e del quinto anno. Anche l’attribuzione dei punteggi per le prove scritte e per l’orale cambierà: 20 punti per ciascuna (mentre ora le tre prove scritte “fruttano” fino a 45 punti e il colloquio fino a 30). È più che evidente che una parte considerevole del punteggio finale (100/100) è data dal credito scolastico il quale costituisce, in un certo senso, il “tesoretto” che ciascun allievo riuscirà a mettere da parte nell’arco dei tre anni, una volta ultimato il biennio obbligatorio.

Tornando ai test InValsi, lo svolgimento delle prove nazionali sarà obbligatorio e costituirà un vincolo per l’ammissione all’esame, pur non influendo sul voto finale. L’esito delle prove, che presumibilmente si svolgeranno a dicembre (almeno stando alle voci che circolano), verrà riportato sui documenti allegati al Diploma. Le materie oggetto dei test saranno italiano, matematica e inglese.

Di più non è dato sapere, anche se alcune università riportano nei loro siti delle simulazioni su cui i maturandi possono esercitarsi.

Pare strano, tuttavia, che con il cambio ai vertici di Viale Trastevere nulla sia cambiato rispetto a quanto deciso dalla cosiddetta #buonascuola. Qualche mese fa, infatti, lo stesso Istituto Nazionale aveva ammesso, al termine del monitoraggio nazionale, che occorrono politiche scolastiche differenziate in base alle esigenze del territorio e alle tipologie di scuole. Proporre, dunque, i test nazionali proprio al quinto anno della scuola superiore, per di più con il vincolo per l’ammissione (anche se non si parla di superamento delle stesse), appare un controsenso in quanto essi andranno a sostituire l’unica prova non nazionale, predisposta dalle commissioni tenendo conto delle simulazioni fatte in classe durante il quinto anno.

A questo proposito, così commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief:

«Ci saremmo certamente aspettati modifiche che rimpolpassero, in assoluto, lo spessore della scuola superiore di secondo grado. Sarebbe stato quindi più opportuno qualificare il titolo di studio, elevandone la qualità complessiva. Questo, avrebbe contribuito anche a spazzare via, una volta per tutte, i periodici tentativi di cancellazione del valore legale del titolo di studio: è una questione di primaria importanza, perché in tal modo si dà il giusto valore all’impegno degli studenti e si risolleva, anche a livello di considerazione sociale, l’operato di docenti e personale Ata. Anziché sulla verifica caso per caso, si è voluto puntare, invece, sulla logica dell’uniformità a tutti i costi

Ma c’è un’altra considerazione da fare. La terza prova serviva a testare la preparazione dei maturandi su un certo numero di discipline che i candidati erano costretti a studiare. I test InValsi verteranno su tre materie: italiano, matematica e inglese. Per quanto riguarda l’italiano, essendoci già la prima prova all’esame, il test personalmente mi sembra ridondante. Per quanto concerne la matematica, non è chiaro se i test saranno uguali per tutte le scuole superiori, ma per gli studenti dello scientifico si potrebbe trattare di una “passeggiata” rispetto ai contenuti dell’attuale seconda prova. Infine, per l’inglese è importante che il test si proponga la finalità di certificare, in convenzione con enti certificatori accreditati, le abilità di comprensione e uso della lingua inglese in linea con il Quadro Comune di Riferimento Europeo per le lingue, ma non è specificato il livello (B2 è il minimo che si possa chiedere alla fine della scuola superiore). Si sa, poi, quale sia il reale livello di conoscenza dell’inglese da parte degli studenti italiani. Magari con il bonus cultura (se Bussetti lo confermerà) potranno fare qualche corso accelerato in una scuola privata…

Dopo queste considerazioni, è dunque legittimo chiederci: la nuova #maturità sarà un altro dei pasticciacci brutti di Viale Trastevere?

[fonti: teleborsa.it; scuolaonline.com; orizzontescuola.it; immagine da questo sito]

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E’ GIUSTO RIFIUTARE IL BONUS PER IL MERITO?

soldiUn argomento che fa discutere molto in questo periodo il mondo della scuola è quello relativo al bonus per il merito introdotto dalla Legge 107/2015, altrimenti detta #labuonascuola. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Il Miur ha stanziato per la valorizzazione del merito del personale docente 200 milioni di euro annui, a decorrere dall’anno 2016, da distribuire a tutte le scuole di ogni ordine e grado, in proporzione alla dotazione organica dei docenti e considerando i fattori di complessità delle istituzioni scolastiche e delle aree soggette a maggiore rischio educativo (in media 23mila euro lordo stato per istituto). Ogni scuola, per assegnare questo bonus ai docenti meritevoli, ha istituito (o almeno avrebbe dovuto…) un comitato di valutazione ad hoc, composto dai rappresentanti di tutte le componenti (per gli istituti superiori è presente anche un rappresentante degli studenti), il Dirigente Scolastico che lo presiede e un membro esterno identificato dall’Ufficio Scolastico regionale competente. A questo comitato spetta il compito di definire dei criteri per l’assegnazione del bonus, anche se sarà completamente a discrezione del DS l’attribuzione dello stesso.

Come sappiamo, il programma de #labuonascuola è stato osteggiato dalla maggior parte dei docenti, con la “complicità” di genitori e studenti. Insomma, pur non piacendo a nessuno, la proposta è diventata legge.

Uno dei nodi più difficili da sciogliere è stato ed è, appunto, quello relativo alla valorizzazione del merito. In primo luogo, perché viene visto come un “contentino” per mettere a tacere gli insegnanti con il contratto scaduto dal 2009, in secondo luogo perché questo bonus, inevitabilmente, porta a una gerarchizzazione dei docenti, dividendoli tra “buoni” (meritevoli del bonus) e “cattivi” (esclusi dall’assegnazione della gratifica). Infatti, poiché il Miur ha raccomandato di non distribuire a pioggia questi premi (in realtà l’importo è davvero esiguo, quindi a ciascuno spetterebbe una manciata di euro, per una pizza o poco più), solo due terzi dei docenti sarà “premiato”.

In realtà, il problema vero è che l’assegnazione del bonus non garantisce che venga davvero premiato il merito, o per lo meno che questa somma di denaro, esigua o meno, compensi il buon lavoro dell’insegnante a livello didattico. Questa osservazione, che sembra paradossale, in verità ha dei fondamenti inoppugnabili.

Il terzo comma dell’articolo 11 della Legge 107/2015, infatti, prevede che vengano individuati i criteri per valutare «la qualità dell’insegnamento e il contributo al miglioramento dell’istituzione scolastica, nonché del successo formativo e scolastico degli studenti». Tuttavia, stabilire dei criteri oggettivi è molto difficile (quanto meno lo è nei tempi stretti concessi) ed è per questo che i comitati si orienteranno verso gli altri ambiti, ovvero quelli relativi ai «risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche» e alle «responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale».

In altre parole, verrà premiato chi partecipa a progetti, chi assume compiti organizzativi, chi ha degli incarichi specifici (ad esempio quello di coordinatore di classe) e chi si occupa di nuove tecnologie, interessanti ma non applicabili a tutte le discipline in ugual misura e comunque non garanti, di per sé, di una migliore qualità della didattica.

Non si tiene in alcun conto il fatto che, anche nell’insegnamento “ordinario”, c’è chi ha oneri di lavoro più pesanti (ad esempio chi, come me, insegna Lettere e deve valutare ogni materia con voti orali e scritti) e chi meno. Praticamente tutto il lavoro sommerso che non è quantificabile in termini di ore né verificabile in quanto si tratta di attività che ognuno svolge a casa, nei tempi e modi che ritiene più opportuni.

Proprio per questo motivo, ovvero per il fatto che questo bonus non valorizza il lavoro ordinario ma quello straordinario (già retribuito, anche se con somme modeste attraverso il fondo d’istituto), in Italia molte scuole si sono mobilitate e i docenti, non tutti ma la maggior parte di essi, hanno dichiarato la propria “indisponibilità a ricevere il bonus”. In qualche istituto non è stato nemmeno eletto il comitato di valutazione oppure in qualche caso alcune componenti hanno rifiutato l’elezione. Addirittura alcuni studenti si sono opposti all’elezione come rappresentanti nei comitati dei propri istituti.

I sindacati, da parte loro, minacciano di ricorrere ai tribunali. Il contenzioso nasce dal fatto che, essendo il bonus a tutti gli effetti uno stipendio accessorio che non prevede attività che i docenti sono obbligati a svolgere, deve essere oggetto di trattazione decentrata. In parole semplici, in ogni scuola il DS dovrebbe discutere con le RSU (rappresentanti sindacali) sulla destinazione di questi premi, cosa questa esclusa dalla Legge 107/2015 che, al contrario, prevede l’assoluta autonomia del dirigente in questo senso.

Ma qualora questi fondi non vengano utilizzati, è possibile che abbiano altre destinazioni? In qualche scuola si è pensato di dirottare queste somme su particolari progetti didattici a beneficio degli alunni più deboli. Nobile intento, davvero, ma non so quanto legittimo. C’è il rischio concreto che in questo modo il Miur non rinnovi la somma destinata alla valorizzazione del merito per i docenti negli anni a venire.

Insomma, la questione è molto confusa. Se da una parte è apprezzabile un atteggiamento di rifiuto, personalmente mi chiedo se non sia meglio mettere da parte l’orgoglio e anche la rabbia, accettando ciò che arriva, se arriva, in attesa che la questione oggi fumosa sia definita meglio in futuro.

Lo confesso: inizialmente mi ero rifiutata di concorrere per il bonus (nessuno, infatti, è obbligato a presentare l’autocertificazione per la definizione del punteggio, ma tutti i docenti sono potenziali destinatari del premio, pur non producendo alcunché), contraria a quella raccolta punti che in definitiva è diventata l’attribuzione del premio. Poi ho pensato che comunque vada, sarà sempre meglio che regalare la mia eventuale quota a chi è meno orgoglioso… e non necessariamente più bravo.

[immagine da questo sito]

QUALCHE CHIARIMENTO IN QUESTO POST

FINO A QUANDO, MATTEO RENZI, ABUSERAI DELLA NOSTRA PAZIENZA?

catlilina
«Fino a quando abuserai tu, o Catalina, della nostra pazienza? Quando cesseremo noi di essere oggetto del tuo furore? Quando avrà fine cotesta tua sfrenata audacia?»

Con queste parole Cicerone si rivolse a Catilina nella sua prima orazione pronunciata per denunciare l’ardire dell’aristocratico decaduto che tramava contro lo Stato.
Sostituite “Catilina” con “Renzi” e “noi” (nel caso di Cicerone è plurale majestatis) con “noi docenti” e queste parole calzano a pennello, descrivendo a perfezione ciò che sta accadendo nel mondo della scuola da quando è entrata in vigore la Legge 107/2015, detta #labuonascuola. Mai aggettivo fu usato così a sproposito.

La cosiddetta #buonascuola fa acqua da tutte le parti. Non voglio oggi soffermarmi a parlare dell’intera legge, contrastata da tutti i docenti, da molte famiglie e da numerosi studenti, senza purtroppo alcun esito. Proposta e approvata in Parlamento con un colpo di mano (se non proprio di Stato, come nel caso di Catilina, ma comunque contro lo stesso buon senso): la cancellazione di migliaia di emendamenti che, se discussi, avrebbero fatto slittare il varo della legge. Un colpo di spugna e via.

Oggi, dopo mesi di silenzio, su queste pagine che vorrebbero trattare la buona scuola vera, desidero esprimere la mia indignazione per l’ultima umiliazione cui il nostro attuale governo ha sottoposto il corpo docente, di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Il tanto sbandierato concorso a cattedre inizierà, pare, il prossimo 28 aprile con le prove scritte. C’è solo un piccolo problema che onestamente non so come Renzi e il ministro Stefania Giannini (la meno nominata nella storia dei ministri della Repubblica, tanto che tutti attribuiscono la “riforma” della scuola a Renzi, capo del governo) riusciranno ad affrontare: la mancanza di docenti disposti a far parte delle commissioni d’esame. Perché, dunque, accade ciò? Ve lo spiego subito, ma prima vorrei fare un passo indietro.

Un tempo i commissari d’esame – che non so come venissero selezionati ma per esperienza posso dire che ne ho incontrati di ignorantoni – avevano l’esonero dall’insegnamento per tutta la durata degli esami. Inoltre godevano di un compenso extra, che non so valutare ma immagino volesse in qualche “gratificare gli eletti” con il riconoscimento di una professionalità speciale, e naturalmente di un rimborso spese.

Oggi, invece, i futuri commissari non saranno esonerati dall’insegnamento (il che significa non solo essere presenti a scuola ogni mattina ma anche correggere i compiti, preparare le lezioni, presenziare alle riunioni …. espletare, dunque, tutte le attività complementari alla funzione docente), non avranno rimborsi spese, nemmeno se costretti a spostarsi dal luogo di servizio a quello in cui è insediata la commissione, e, udite udite, avranno un compenso pari a 1 euro l’ora. Se non ci credete, leggete l’ottimo articolo pubblicato su Tuttoscuola.com, in cui vengono fatti, come si suol dire, i conti della serva.

Nell’articolo pubblicato dal Corriere.it, a firma di Gian Antonio Stella, ho letto i soliti commenti denigranti del tipo: «comunque quel mese prendono il loro stipendio di 1200/1300€ al mese (per lavorare 4 ore al giorno e 2 mesi di ferie l’anno ) più i soldi del concorso arrivando fino a 1600/1800€.» Ormai a commenti come questi ho fatto il callo, non mi scompongo né spreco fiato per difendere una categoria che nel tempo è stata insultata, svilita, denigrata, paragonata a lavori più pesanti, come quello in fabbrica, o a carriere prestigiose (che a noi docenti sono precluse) ottenute lavorando 50-60 ore a settimana.

A me sinceramente non interessa il lavoro degli altri, anche se ho un grande rispetto per tutte le categorie di lavoratori, cosa che purtroppo non è reciproca. Vorrei, però, che in tutta sincerità qualcuno mi dicesse che farebbe gli straordinari a 1 euro all’ora.

[nell’immagine, “Catilina” dipinto di C. Maccari nel Palazzo del Senato a Roma, da questo sito]

A COSA SERVE IL PROF POTENZIATO?

prof-potenziatoHo ripreso le pubblicazioni sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”, dopo alcuni mesi di stop. Il post pubblicato oggi tratta dell’organico potenziato, un argomento molto seguito da chi s’interessa della scuola e soprattutto delle vicissitudini di quella #buonascuola molto pubblicizzata dall’attuale governo ma che di buono ha veramente poco o nulla.
Come sempre riporto in parte l’articolo e vi invito a leggerlo interamente sul sito del Corriere.it.

logo_blog-scuola-di-vita

Tutti sanno che uno dei fiori all’occhiello della Legge 107/2015 (la cosiddetta #buonascuola) è, almeno nelle intenzioni del governo Renzi, l’assunzione di un tot numero di docenti per decretare, anche se non subito, la fine della “supplentite”.

Già nel corrente anno scolastico sono stati assunti più di novantamila docenti in tutte le scuole di ogni ordine e grado. I numeri, tuttavia, seppure possano essere considerati una garanzia per abbattere, o almeno tentare, il precariato, sono alquanto lontani dalla cifra sbandierata durante l’estate scorsa: in realtà i docenti che dovrebbero essere assunti sono almeno il doppio.

L’urgenza, tuttavia, era quella di non incorrere nelle sanzioni in seguito alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia europea che ha ritenuto illegittimo assumere i docenti all’inizio dell’anno scolastico, per poi licenziarli alla fine di giugno, per più di 36 mesi. Nella scuola italiana, infatti, si è costituito il cosiddetto “precariato storico” proprio per questo motivo, caso unico in tutta la UE.

Se queste assunzioni non sono il farmaco in grado di debellare la “supplentite”, almeno dobbiamo riconoscere lo sforzo fatto per procedere all’assunzione massiccia di docenti che, precari da anni e anni, finalmente possono sperare in una maggior sicurezza economica e stabilità del posto di lavoro.

Le assunzioni finora operate in seguito alla Legge 107/2015 hanno previsto tre fasi, l’ultima delle quali, la C, ha coinvolto 55mila insegnanti. Il Ministero dell’Istruzione ha proceduto alle nomine pensando ad un potenziamento dell’organico delle singole scuole: i nuovi insegnanti si sono aggiunti al personale ordinario per incrementare l’offerta formativa, secondo le necessità degli istituti. In realtà questi docenti, o almeno gran parte di essi, servono a coprire i buchi negli orari delle classi, girando per la scuola e sostituendo i colleghi assenti al mattino. I più fortunati possono essere impegnati in supplenze brevi, nel caso di assenze prolungate dei titolari.

Fin dalle prime nomine dei docenti dell’organico potenziato, sono fioccate lettere di protesta pubblicate sui siti delle redazioni che si occupano di scuola, in alcuni casi anche sulle maggior testate nazionali e locali.

Il motivo della protesta? L’essere trattati sostanzialmente come tappabuchi.

In realtà, come dicevo, quest’organico dovrebbe potenziare quello di fatto, venendo incontro alle necessità delle singole scuole, soprattutto per quanto riguarda progetti specifici (sostegno, recupero, attività extracurricolari…). Il problema è che, sin dal loro arrivo, i nuovi prof sono stati utilizzati per coprire le assenze, in alcuni casi hanno un orario flessibile (c’è qualcuno che protesta perché costretto ad essere “reperibile” ogni giorno ad ogni ora) e talvolta sono abilitati per una materia che nella scuola in cui prestano servizio non esiste nemmeno.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

ESAMI DI STATO NON RETRIBUITI PER I COMMISSARI: SI VA VERSO IL SERVIZIO ATTIVO PER TUTTI?

Oggi OrizzonteScuola.it ha pubblicato una mia lettera sulla mancata retribuzione dei docenti che faranno parte delle commissioni dell’Esame di Stato (II ciclo) nel 2015.
La riporto qui di seguito (il grassetto è mio). Mi sono permessa di cambiare il titolo perché credo che la Redazione abbia frainteso le mie parole. Per chiarire: sono contraria all’obbligo di far parte delle commissioni senza retribuzione ma NON sono dell’idea che, come può sembrare dal titolo scelto per il mio contributo, tutti i docenti, anche quelli non impegnati negli esami, debbano essere costretti a presentarsi a scuola, dato che sono regolarmente retribuiti. Nella lettera esprimo, invece, il timore che la mancata retribuzione dei commissari sia un primo passo verso l’applicazione del famigerato Piano Scuola di Reggi, poi ritirato e sostituito da #labuonascuola di Renzi, con l’estensione del servizio per tutti i docenti dal 30 giugno a metà luglio o anche oltre, ovvero fino alla fine degli esami di maturità.

Spero di aver chiarito il mio pensiero. Nel caso contrario, mi auspico che da questo post scaturisca una discussione che mi permetta di chiarire eventuali punti oscuri. Ovviamente i commenti sono ben accetti, a prescindere.

maturita genitoriSpettabile Redazione, scrivo riguardo alla proposta, che rientra nella Legge di Stabilità, di non retribuire i commissari interni che faranno parte delle commissioni dell’Esame di Stato il prossimo anno.

Tale proposta, oltre ad essere ingiusta, è anche discriminante perché verrebbe a creare delle disparità tra quei docenti che presteranno servizio in quanto commissari d’esame e quelli che, invece, se ne staranno a casa, ugualmente retribuiti, perché non impegnati negli esami.

Penso, per esempio, ai docenti di Religione ed Ed. Fisica che mai (forse talvolta la seconda) sono materie d’esame. Oppure a quelli che insegnano solo al biennio (al liceo scientifico, ad esempio, la Matematica ha due classi di concorso distinte fra biennio e triennio). Capita, inoltre, che anche chi insegna regolarmente al triennio (io ad esempio), non abbia classi quinte … ho colleghi che hanno tre terze oppure due terze e una quarta. Saranno forse obbligati a presentarsi a scuola per l’intera durata degli esami? E a fare che? Sarà prevista per loro qualche attività, proprio per non creare discriminazioni? Se sì, con quale orario?

E’ vero che siamo tutti in servizio fino al 30 giugno ma gli esami vanno ben oltre quella data. Insomma, non si può non riconoscere ai docenti che fanno parte delle commissioni d’esame il lavoro in più rispetto a quelli che se ne stanno beatamente a casa. Senza considerare il fatto che chi è impegnato negli esami deve partecipare a tutte le riunioni della commissione, correggere anche le prove (penso, ad esempio, al mio impegno nel correggere 25 “temi” d’italiano), presenziare ai colloqui, sbrigare tutte quelle pratiche burocratiche che portano via un sacco di tempo. Per esperienza posso dire che a volte si lavora 12 ore al giorno e per di più si è fuori casa, si devono quindi sostenere dei costi per il pranzo che non verrebbero in alcun modo rimborsati. Senza contare che molti docenti prestano servizio in una località diversa da quella di residenza e devono affrontare anche i costi del viaggio.

Ho la vaga impressione che il tanto deplorato “Piano Scuola” di Reggi, che ha funestato l’inizio dell’estate, sia stato ritirato a parole e sostituito solo in parte dai famosi 12 punti de #labuonascuola di Renzi. Infatti il Presidente del Consiglio non è più tornato sulla questione dell’orario dei docenti, non ha più parlato di scuole aperte anche d’estate. Allora chi ci assicura che la decisione di non retribuire i commissari interni d’esame sia solo il primo passo verso l’attuazione del piano Reggi? Proprio per non creare discriminazioni tra chi è impegnato negli esami e chi no potrebbe venire richiesta la presenza a scuola di tutti i docenti, magari costringendoli a tenere corsi di recupero per gli allievi con giudizio sospeso.

Un risparmio in più, considerando che ora i corsi rientrano nelle attività aggiuntive, non essendo obbligatori per i docenti, e quindi pagati a parte. D’altronde, sono “figli” dei decreti legge che hanno sostituito gli esami di riparazione e per essi dovrebbero essere stanziati annualmente dei fondi appositi. Ecco dunque che per il MIUR il risparmio sarebbe doppio: quello per i compensi ai commissari d’esame e quelli per i docenti che tengono i corsi.

E chi insegna Religione ed Educazione Fisica? Non fanno parte delle commissioni e non insegnano discipline per cui sono previsti Debiti Formativi. Forse a qualche studente sfortunato potrà essere assegnato un debito in Ed. Fisica ma la stragrande maggioranza dei docenti di una scuola sarebbe comunque libero da impegni. Ecco che lo “spettro” del piano Reggi riappare: si parlava di scuole aperte fino alla fine di luglio, con la possibilità di organizzare attività varie, più o meno ludiche, per venire incontro alle famiglie che non sanno a chi lasciare i figli quando le lezioni finiscono. Perché, allora, non trasformare i docenti non impegnati negli esami e nei corsi in animatori di un centro estivo (per di più completamente gratuito)?

Io non so se le ipotesi che ho fatto siano fantascientifiche. Almeno in parte, tuttavia, potrebbero risultare molto realistiche.

Considerando che lavoriamo con un contratto scaduto da 5 anni, gli scatti bloccati, la concreta eventualità di non progredire economicamente per altri quattro anni per poi avere – ma solo il 66% di noi, i “bravi” – un aumento per “merito” non solo ridicolo e ingiusto ma anche indecoroso, spero proprio che il governo ci ripensi e la finisca con questa politica di Robin Hood al contrario: rubare ai poveri per dare ai ricchi. I soliti privilegiati … che non siamo di certo noi docenti.

LINK al sito di OrizzonteScuola.it

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