COSI’ SONO DIVENTATA LA PROF CHE SOGNAVO

teacher-640x480Ho indugiato un po’ prima di decidermi a pubblicare anche qui il mio nuovo post pubblicato sul blog del Corriere.it “Scuola di Vita”. Il motivo? E’ troppo autoreferenziale. Tuttavia, mi sono detta, deve esserlo per forza in quanto racconta la mia storia, ripercorrendo le tappe che mi hanno portata a diventare un’insegnante. Questo articolo, infatti, nasce dall’invito che il Corriere.it ha rivolto a tutti gli insegnanti, chiedendo loro di raccontare come sono diventati dei bravi insegnanti. Il problema è che non spetta a noi decidere se siamo bravi o meno. Diciamo che, nel momento in cui siamo appassionati, cerchiamo di migliorarci giorno dopo giorno, non ci arrendiamo di fronte alle difficoltà né ci sconfortiamo quando dobbiamo fare i conti anche con gli aspetti negativi della nostra professione, ecco che, se non siamo bravi, ce la mettiamo tutta.
Quando il mio post è stato pubblicato (il 14 giugno) sono rimasta spiazzata dal titolo (che non decido quasi mai io!). L’ho fatto notare alla redattrice con cui sono in contatto, ma non è stato cambiato anche se l’articolo poi è stato pubblicizzato sui social con il titolo che ho scelto per la pubblicazione qui.
Rileggendolo mi sono commossa. E’ un pezzo di vita, in fondo.
Buona lettura a voi!

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Sono una brava insegnante? Onestamente credo non spetti a me dirlo. Mi riferisco all’invito che il Corriere rivolge ai docenti chiedendo di raccontare la loro storia: «Così sono diventato un bravo insegnante».

Con più di trent’anni di carriera alle spalle posso dire di essere diventata più brava di quanto non fossi agli inizi. Banale, direte. Mica tanto. Conosco professori che insegnano allo stesso modo da sempre. Non si schiodano dal modello che avevano in mente ad inizio carriera, senza nemmeno porsi il problema di quanto siano cambiati, nel frattempo, i bambini e gli adolescenti. Un passaggio da una generazione all’altra che non supera i 5 anni. Gli anni che i liceali ci mettono per arrivare al diploma. Loro escono, altri entrano: un altro mondo.

Non so se sono una brava insegnante ma posso raccontarvi come sono diventata una professoressa.

Da bambina mettevo le bambole in fila sedute sul letto e facevo lezione. Ripetevo loro quanto imparato a scuola. In un tema di quinta elementare la decisione era già presa: da grande avrei fatto l’insegnante. Ma non era l’unico sogno. In famiglia feci il grande annuncio: “Prima la laura poi mi sposo”. Mio padre, vecchio stampo e con sangue napoletano nelle vene, anche se sempre vissuto al Nord, si affrettò a correggermi: “Volevi dire laurea, immagino. Perché se fai prima la laura e poi ti sposi, sono guai seri”.

Sono sempre stata determinata, mai un ripensamento. Il liceo classico, la laurea in Lettere (anche se il sogno vero era quello di insegnare Inglese), le supplenze ancor prima di stringere tra le mani, con infinito orgoglio, il diploma di laurea.

Mi capitò la prima supplenza in un corso serale per lavoratori (le 150 ore necessarie gli adulti per ottenere il diploma di terza media). Ricordo quella sera come fosse oggi. Mi sedetti in cattedra – una di quelle in formica, debitamente appoggiata sulla pedana di legno – e mi convinsi che quello fosse il posto in cui volevo stare. Mi sembrò di esserci nata.

Poi, però, dovetti fare i conti con quegli strani alunni: il fornaio, ad esempio, con il doppio dei miei anni, semidisteso sul banco, profondamente addormentato. Al mio “Wake up, please” (allora insegnavo inglese), più che urlato direi quasi timidamente uscito dalle mie labbra, forse perché inconsciamente mi dispiaceva davvero svegliarlo, lui apriva un occhio e mi diceva, con fare supplichevole: “Ma io sto in piedi dalle tre di stamattina…”.

Mi resi subito conto che non sarebbe stato facile. Ce la misi tutta e a un anno esatto dalla laurea vinsi il mio primo concorso, alla scuola media. Destinazione uno sperduto paese di montagna a un’ora e mezza di pullman da casa. L’anno seguente ne vinsi un altro: avrei insegnato in un istituto tecnico, sempre in montagna ma un po’ più in basso. Salutavo alla stazione i miei “vecchi” colleghi che dovevano prendere un altro pullman. Ero felice di aver accorciato di mezz’ora il mio viaggio.

Ma ero una brava insegnante? Lo credevo. Insomma, svolgere con passione l’unico lavoro per cui mi vedevo tagliata, penso alzasse almeno un po’ la mia cronicamente bassa autostima.

Dopo aver messo al mondo due bambini in 22 mesi (forse la prova più dura che la vita mi ha riservato, anche se infinitamente meravigliosa), trovai le forze per prendere la terza abilitazione: avrei insegnato al liceo. Soprattutto riuscii ad azzerare, o quasi, la distanza tra casa e scuola. Con due figli la cosa fu di vitale importanza.

Ho bruciato le tappe, considerando che oggi ci sono i precari storici che hanno poco meno della mia età. Io a venticinque anni ero di ruolo. Il che mi ha permesso di godere di una certa stabilità, non solo economica. Sapere quale classi ci aspettano l’anno successivo, non è cosa di poco conto.

Per dodici anni ho insegnato in uno dei licei scientifici della mia città. Sono stati anni di grande arricchimento professionale: si faceva di tutto, progetti a non finire, aggiornamento e auto-aggiornamento, ore e ore passate a scuola nel pomeriggio a discutere, confrontarsi, condividere. Mi sembrò logico, in quel clima, partecipare a un concorso nazionale che premiava le buone pratiche didattiche (l’archivio nazionale GOLD, ancora poco conosciuto anche dagli stessi addetti ai lavori). La documentazione del mio lavoro fu premiata, ne parlarono tutti a scuola, ero conosciuta negli uffici dell’IRRSAE (ora IRRE, si tratta degli istituti regionali di ricerca educativa), fui contattata dalla responsabile dell’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca educativa) che mi intervistò e divulgò il mio progetto, portandolo come modello in molti corsi di formazione sulla documentazione didattica.

Ero diventata una brava prof? Forse sì, anche considerate le parole di elogio che sentivo a destra e a manca. Ma a me non è mai interessato farmi notare, anzi, mi sentivo un po’ a disagio. Poi scoprii che nel liceo dove insegnavo si era diffuso un mostro che ancor oggi detesto: l’invidia.

Me ne andai. Chiesi trasferimento in un altro liceo scientifico che tutti consideravano di serie B. Ma a me piace andare controcorrente. Soprattutto mi piacciono le sfide.

Sto concludendo il mio undicesimo anno nel “nuovo” liceo. Più di dodici di solito non resisto. Non potendo cambiare sede, dato che con le regole della #buonascuola mi ritroverei nell’albo regionale e io non ho più la forza di ricominciare daccapo, devo inventarmi qualcosa di nuovo. Dedicarmi, ad esempio, alle famiglie e agli allievi con qualche “disagio” (nulla di grave, eh, solo ansia…), programmando incontri con esperti per una scuola più a misura di studente.

Questo fa di me una brava prof? Non lo so ma so che mi piace da morire fare sempre qualcosa di diverso, sperimentare, trovare altre vie, una nuova didattica ma non solo…

Che cosa mi resta di quest’anno scolastico che si sta concludendo?

  • Un mazzo di rose gigante, affettuosamente offerto dalla mia quinta che non accompagnerò all’esame, ma che rimarrà sempre nel mio cuore.
  • Una mamma che, ascoltandomi parlare del figlio, mio allievo di seconda, mi dice: «Mi parla di lui e io ho di fronte proprio mio figlio, così com’è, ma proprio tale e quale. Ma come fa, con tanti studenti, a conoscerli uno per uno?».
  • Un ragazzo di seconda che l’anno scorso non riusciva a schiodarsi dall’insufficienza cronica in latino e quest’anno il 6 (e anche qualche 7) se l’è guadagnato con le sue forze. Sapendo che l’anno prossimo probabilmente dovrà cambiare insegnante, con lo sguardo smarrito di chi vede di fronte a sé un futuro incerto, ma sa apprezzare il presente, mi fa: «Ma io sarei proprio contento se lei continuasse ad essere la mia insegnate di latino».

Non so se sono diventata una brava insegnate. So di avere ancora tanto da imparare e so che quotidianamente imparo molto dai miei stessi studenti. Ma 24 maturandi, una mamma e un allievo che probabilmente il prossimo anno non sarà più “mio” mi incoraggiano a continuare, nonostante la fatica e il peso degli anni che passano, quello che non solo ritengo essere l’unico lavoro che posso fare ma che credo essere in assoluto il più bello del mondo.

Forse sono sulla buona strada. Ma c’è ancora tanto da fare.

LINK all’articolo originale

[immagine dal sito del Corriere.it linkato nel post]

Informazioni su marisamoles

Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 26 giugno 2016, in docenti, scuola con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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