MA I PROF NON DEVONO ANCHE INSEGNARE A VIVERE?

insegnare a vivere

Il mio nuovo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it in realtà è una rivisitazione di un post pubblicato su questo blog tempo fa, una riflessione che era nata in seguito al suicidio di una giovanissima. Lo ripropongo perché purtroppo eventi luttuosi che riguardano giovani studenti sono sempre più attuali. L’ultimo riguarda una sedicenne di Forlì che, tra l’altro, era bravissima a scuola ma odiava i suoi genitori perché non le permettevano di rincorrere i suoi sogni. Ora questi genitori sono indagati per maltrattamenti in famiglia e di istigazione al suicidio. (LINK)
Vi invito, come al solito, a continuare la lettura sul sito del Corriere.it.

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Gli studenti, tranne quelli che stanno affrontando l’esame di Stato, sono ormai in vacanza. L’ultima campanella per quest’anno scolastico è suonata da un bel po’ e noi prof abbiamo da poco terminato di espletare tutte quelle formalità burocratiche di fine anno: relazioni, programmi svolti, scrutini. Qualcuno è ancora impegnato nelle commissioni d’esame. Ancora una volta siamo i “giudici” dei nostri studenti. Ma noi un esame di coscienza ce lo facciamo mai?

Stritolati dalla burocrazia, nel compilare i programmi ben scritti e ordinati, rigorosamente salvati in un file del nostro pc, ci chiediamo cosa abbiamo fatto di buono quest’anno? E non mi riferisco agli argomenti trattati, alle poesie lette, ai capitoli spiegati, alle regole illustrate per bene alla lavagna. Per “buono” intendo qualcosa di umano, al di là dei numeri.

Docenti e studenti sono accomunati dalla stesso destino. Per il Ministero dell’Istruzione siamo solo numeri: 18 ore per docente, tot classi per scuola, 27-30 allievi per classe, e non importa se le aule sono troppo piccole per contenerli tutti. Non importa se le ore a volte sono troppo poche per svolgere i programmi, fare le verifiche, interrogare … troppo poche per accorgerci che quelli che abbiamo di fronte non sono solo numeri, sono piccoli uomini e piccole donne che attraversano un momento delicato, quello dell’adolescenza, che ha bisogno di molta attenzione.

Troppo spesso, presi come siamo dai mille oneri che la scuola ci impone, non ci accorgiamo dei loro disagi, delle loro lacrime, dei loro sospiri, del loro continuo chiedere di andare ai servizi, del movimento perpetuo che compiono nei loro banchi troppo stretti, troppo scomodi, troppo scolastici. Già, che cosa ci può essere di più scolastico di un’aula? Nulla. Forse dovremmo rendere quelle aule più umane e meno scolastiche, avere il coraggio di dire al diavolo i programmi, le verifiche, le interrogazioni, occupiamoci un po’ di loro.

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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

Informazioni su marisamoles

Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 29 giugno 2014, in docenti, famiglia, giovani d'oggi, scuola, studenti con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Cara Marisa, forse non dovremmo insegnare a vivere (quello lo impareranno anche dalla famiglia, dagli amici, dalle loro varie esperienze e anche da soli) ma certamente dovremmo essere più attenti al lato umano della scuola. Senza commettere l’errore di pensare che siano soltanto gli studenti che si mostrano “problematici” dal punto di vista del rendimento o del comportamento ad avere bisogno di noi. Sicuramente non ci si può accorgere di tutto ma è impossibile non accorgersene quando uno studente cambia improvvisamente, quando non ci guarda negli occhi, quando non fa mai neanche un mezzo sorriso…
    Buona serata,
    Enrico

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  2. “Al diavolo i programmi e occupiamoci di loro” è proprio il motore del mio agire, credo non si possa prescindere, soprattutto oggi, dall’essere educatori prima e più che “indottrinatori”, senza la pretesa di insegnargli la vita, ma sicuramente dandone una buona testimonianza. Credo fermamente che il compito di un insegnante sia anche quello di fornire ai ragazzi gli strumenti per comprendere, interrogare, attraversare la vita.

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