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SVENTATO (PER ORA) IL PERICOLO DELL’AUMENTO DELL’ORARIO, SI RIPARLA DELLA DIMINUZIONE DI UN ANNO DELLE SUPERIORI

Non c’è nulla da fare: sulla scuola i tagli s’han da fare, in una maniera o nell’altra.

Cancellato dal ddl stabilità l’aumento dell’orario per i docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado (e ci siamo pure presi una bacchettata dal premier Monti), pare che il governo stia partendo al contrattacco. Secondo delle indiscrezioni riportate da Tuttoscuola.com, infatti, a Palazzo Chigi, mentre si discuteva dello sblocco degli scatti di anzianità per il 2011 (e tanto è bastato per sospendere lo sciopero del 24 u.s. da parte della maggioranza delle sigle sindacali), il discorso è scivolato sull’eventualità di accorciare di un anno il percorso di studi.

L’ipotesi di anticipare l’ingresso alla primaria a 5 anni è naufragata per il possibile effetto della doppia annualità di partenza e della determinazione di un’onda anomala lunga dodici anni con l’aumento del 20% dell’organico di scuola primaria. Impraticabile pure la riduzione di un anno della scuola secondaria di primo grado (ex scuola media) già proposta dodici anni fa dal ministro Berlinguer e non accolta con favore dai docenti.

Cosa rimane, dunque, per abbreviare il corso di studi e “licenziare” gli studenti a diciotto anni, come in gran parte d’Europa? Solo la decurtazione della secondaria di secondo grado. Anche questa proposta non è nuova. L’intenzione era più che manifesta nella riforma Gelmini: i cinque anni, infatti, sono stati suddivisi in due bienni e un anno conclusivo. Che c’è di più facile, dunque, dell’eliminare quell’ultimo anno? Certo, sulla carta è molto facile, tuttavia bisogna fare i conti con i programmi che dovrebbero essere completamente rivoluzionati e “spalmati” su quattro anni anziché cinque.

Naturalmente questa proposta ancora in germe ha solo ed esclusivamente un obiettivo: tagliare i posti di lavoro e, perciò, risparmiare sugli stipendi. A conti fatti, porterebbe alla riduzione del 20% delle 220mila cattedre attualmente esistenti, con la conseguente perdita di circa 44 mila posti per gli insegnanti. Se poi consideriamo che l’innalzamento dell’età pensionabile costringe a stare in cattedra i docenti ben oltre i 65 anni, la situazione potrebbe risultare catastrofica per i giovani insegnanti e per quelli, meno giovani, immessi in ruolo negli ultimi anni.

C’è, tuttavia, un’altra considerazione da fare. Gli studenti, a detta dei docenti universitari, sono sempre più ignoranti. Forse i nostri governanti sperano che, accorciando la durata della scuola superiore, si diano maggiormente da fare, sollevati dalla prospettiva di diplomarsi in meno tempo e, quindi, annoiandosi di meno?

E della scuola media non si parla mai. Non si dice, ad esempio, che è ferma al 1979, almeno per quel che concerne i programmi e lo spirito del ciclo di studi: preparare gli alunni ad affrontare il mondo del lavoro. Tuttavia, nel frattempo è stato elevato l’obbligo scolastico a 16 anni, includendo, dunque, anche il biennio della scuola superiore. Il tutto, senza un corretto adeguamento del biennio stesso che, diverso per i licei, gli istituti tecnici e professionali, di fatto non completa l’istruzione degli allievi che, nel caso in cui decidano di non frequentare oltre le scuole superiori, si trovano in balia del nulla, visto che la formazione professionale non ha il dovuto rilievo ed è scarsamente pubblicizzata. Insomma, un obbligo scolastico che si rispetti, dovrebbe contemplare un biennio unico, come prolungamento della scuola media, e dare ampie e corrette informazioni sulle opportunità che chi lascia gli studi “regolari” può avere.

In conclusione, nell’ambito dell’istruzione ci sono numerose lacune da colmare, a partire da una riforma seria della scuola media. E invece il nostro governo parla di accorciare la durata della scuola superiore, ritenendo la proposta di grande utilità alla scuola del futuro per arrivare al 2014 con un lavoro preliminare alle spalle. Continuando a spacciare per innovative proposte che hanno il solo scopo di risparmiare. E con quale coraggio si può anche solo pensare che la qualità dell’istruzione migliori senza investire e continuando a tagliare?

[immagine da questo sito]

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TRA E-BOOK E TAGLI ALLA SCUOLA FINIREMO COSÌ?

Siamo nel XXII secolo. Tommy e Margie, due ragazzini di tredici e undici anni, scoprono un libro antichissimo, fatto di carta, e lo trovano buffissimo. Altrettanto strano per loro il concetto di scuola antica di cui avevano sentito parlare. Una scuola in cui c’era un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.

Chissà come si divertivano! è un racconto che Isaac Asimov scrisse nel 1977. Penso che, ambientandolo nel XXII secolo, sia stato poco lungimirante. Se andremo avanti così, forse tutto quello che viene descritto in questo bel racconto di fantascienza diverrà realtà molto presto.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”
Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta.
Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta
– Mamma mia, che spreco – disse Tommy. – Quando uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?
– Lo stesso vale per il mio – disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici.
– Dove l’hai trovato? – gli domandò, – In casa. – Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. – In solaio.
– Di cosa parla? – Di scuola.
– Di scuola? – Il tono di Margie era sprezzante. – Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio.

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.
Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi.
Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande.
Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.
L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: – Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte.

L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente. – E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino.
Così, disse a Tommy: – Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?
Tommy la squadrò con aria di superiorità. – Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa. – Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. – Secoli fa.
Margie era offesa. – Be’ io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa. – Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: – In
ogni modo, avevano un maestro.
– Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.
– Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?
– Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.
– Un uomo non è abbastanza in gamba.
– Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.
– Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro.
– Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto.
Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse. – Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.
Tommy rise a più non posso. – Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.
– E imparavano tutti la stessa cosa?
– Certo, se avevano la stessa età.
– Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.
– Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.
– Non ho detto che non mi va, io – Sì affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.
Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: – Margie! A scuola!
Margie guardò in su. – Non ancora, mamma.
– Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente.
Margie disse a Tommy:
– Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?
– Vedremo – rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.

Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.
Lo schermo era illuminato e diceva – Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.
Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.
E i maestri erano persone… L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: – Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…
Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!

[l’immagine è tratta da questo sito]

DDL STABILITA’ E CATTEDRE DI 24 ORE: ANCORA DUBBI E BUGIE. ORA LO CHIAMANO “BISOGNO PROFONDO DI INNOVAZIONE”

Non c’è vergogna né pudore: dopo aver inserito nel ddl Stabilità l’art. 3, comma 42 che prevede l’innalzamento dell’orario di insegnamento per i docenti delle scuole secondarie di I e II grado dalle attuali 18 ore a 24, invocando la necessità di “equiparare l’impegno dei docenti italiani a quello dei colleghi dell’Europa occidentale” (che, guarda caso lavorano in media di meno delle attuali 18 ore), celando in modo alquanto maldestro la volontà di far cassa attraverso i famigerati tagli, ora il ministero dichiara che si tratta di un “profondo bisogno di innovazione nell’ambito dell’istruzione e della formazione“.

Onestamente non so di cosa si stia parlando. So che di ora in ora si rincorrono conferme e smentite. Tant’è che i timori a volte sembrano esagerati altre più che fondati. Nel frattempo il malumore serpeggia nei corridoi, nelle sale insegnanti, nelle alule scolastiche. Si sta pensando a come reagire, cosa fare, cosa proporre, indire assemblee, coinvolgere chi … non si sa. C’è tanta confusione e un’apprensione che mai, almeno per chi come me sta in cattedra da tanti anni, si era provata.

Ad ogni proposta precedente, da qualsiasi ministro provenisse, si assumeva una posizione di diffidenza, visto che l’abilità che, negli ultimi vent’anni almeno, tutti hanno palesemente manifestato è stata quella di cambiare le carte in tavola. Detta una cosa, subito se ne diceva un’altra per poi farne una terza. Arrivavano le smentite delle smentite e, di fronte a un atteggiamento del genere, si prendevano le distanze. Si diceva: tanto non fanno sul serio. Poi, quando davvero ci si rendeva conto che non scherzavano, si incassava il tutto con quella rassegnazione che è tipica di chi si sente una marionetta i cui fili possono essere tirati a piacere senza poter fare assolutamente nulla, senza poter opporre alcuna resistenza.

Mai, però, si era arrivati a sentirsi meno di una marionetta, meno di un burattino, piuttosto un sacco delle immondizie pronto ad essere gettato nella discarica dei senza dignità. Di quelli che contano meno di zero che, però, hanno in mano il futuro di chi un giorno farà parte del mondo del lavoro, della politica, della magistratura, della sanità … Andando avanti di questo passo, il nostro Paese sarà davvero in buone mani.

La scuola e il sistema di formazione dovrebbero essere una priorità assoluta per chi ci governa. Eppure non è mai stato così. L’Italia è fra i tre Paesi europei che spende meno per l’istruzione, solo lo 0,8 del PIL (vedi Rapporto EURYDICE 2012). Sulla scuola si risparmia, si taglia, si “ottimizzano le risorse”. La formazione degli insegnanti è sempre stata un problema di coscienza del singolo, mai sentita come necessità per migliorare il sistema scolastico. Il lavoro dei docenti è sempre stato basato sulla buona volontà di chi dà il giusto valore alla professione che svolge e sull’assoluta noncuranza di quelli che, invece, pensano di risparmiare energie lavorando il meno possibile. Tanto per quel che si guadagna …

Lo stipendio degli insegnanti italiani è agli ultimi posti in Europa (per fare un esempio, i finlandesi, l’eccellenza europea secondo i dati OCSE, guadagnano sino a 61mila euro annui lordi dopo 16 anni di servizio, mentre, in Italia, si arriva a 48mila euro lordi dopo 35 anni di servizio), ma questo non lo si dice. Ci sbandierano, invece, delle falsità sull’impegno didattico (ovvero, le ore di insegnamento frontale, a scanso di equivoci) dei colleghi europei che in media lavorano 16,3 ore. Altro che le 18 attuali e le 24 che il ddl vorrebbe affibbiarci!

Le prospettive sono tutt’altro che rosee. Eravamo abituati a essere considerati l’ultima ruota del carro, anzi, del carrozzone sgangherato come ormai è considerata la scuola pubblica, ma fino a questo punto … Profumo, dopo aver annunciato l’aumento delle ore, pensa di darci il contentino con 15 giorni di ferie in più. Sapete qual è il commento di gran parte dell’opinione pubblica? Ancora ferie? Ma se hanno già tre mesi … Nessuno considera che quei 15 gg in più sarebbero da fruire sempre nel periodo estivo, quando comunque non si è in servizio attivo a scuola, essendo sospese le attività didattiche. Quello che poi la gente non capisce è che questo contentino equivarrebbe a uno specchio per le allodole qualora lo fossimo. Ma non lo siamo e comprendiamo fin troppo bene che pochi potrebbero davvero usufruire delle ferie supplementari. Vediamo perché.

Chi insegna alle superiori ed è impegnato negli esami di Stato di fatto è in servizio attivo fino a metà luglio, più o meno. Sempre nello stesso ordine e grado di scuola da qualche anno c’è l’onere dei Debiti Formativi che gli studenti devono superare per essere ammessi alla classe successiva. Da anni i dirigenti tentano di far svolgere le prove per il superamento dei DF entro la fine di agosto, e in molti casi ci riescono pure. La tendenza generale è di rimandare il tutto a settembre, concludendo le operazioni (scrutini compresi) entro la prima settimana del mese, anche se in qualche caso si arriva a un compromesso e si iniziano gli “esami” l’ultimo lunedì di agosto. Ne consegue che, visto che il ddl specifica che tale periodo supplementare di ferie debba essere goduto nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative, velato riferimento agli “esami di settembre”, sarebbe comunque difficile per molti poter davvero farsi tutti e 51 giorni di ferie (suddivisi in: 32 di ferie vere e proprie + 4 gg di recupero delle festività soppresse + 15 gg supplementari proposti). Senza contare che i 6 gg cui avremmo diritto nel periodo delle lezioni, di fatto non li possiamo chiedere perché spesso i dirigenti pongono un limite al numero delle richieste, esigono che si trovino dei docenti disponibili per la sostituzione (il che implica che poi quelle ore le si debba restituire … ma allora di che ferie stiamo parlando?!) e che venga rispettata la norma che prevede la concessione delle ferie a patto che non ci siano oneri aggiuntivi per l’amministrazione.

Ma veniamo, dunque, agli effetti che avrebbe l’aumento delle ore di lezione sull’occupazione. Le ultime notizie parlano di chiarimenti sulla base della relazione tecnica che accompagna il ddl, in particolare il comma 42 dell’art. 3. “la norma in questione non comporta modifiche e in particolare riduzioni di organico … mantiene immutato l’orario di cattedra”, si legge a pagina 68. Ma allora perché finora si è parlato di un aumento delle ore di insegnamento? Pare che le ore aggiuntive debbano essere usate per la copertura degli spezzoni orario disponibili nella istituzione scolastica di titolarità, per spezzoni di sostegno e per le supplenze brevi e saltuarie. La corretta interpretazione va, però, in un’altra direzione rispetto alle voci della prima ora: la nuova norma prevede che il personale in questione sarà d’ora in poi obbligato alla copertura dello spezzone senza ricevere più una remunerazione aggiuntiva per questo.

Fin qui c’eravamo arrivati. Ma, fatti due conti, ci era parso di capire che a seguito dell’applicazione delle nuove disposizioni, il 30% delle cattedre venisse coperto dal personale superstite, dopo l’innalzamento delle ore di cattedra da 18 a 24. Sembra che le cose non stiano proprio così. Sarà il dirigente scolastico ad assegnare le ore in più ai docenti, con quale criterio non è dato sapere, coprendo più della metà degli spezzoni disponibili (9.269) mentre i rimanenti (11.483) saranno assegnati a personale precario, con supplenze fino al termine delle attività.
Agendo in questo modo, si arriverebbe a un risparmio di 265.705.154 euro, risparmio che deve essere garantito, come ha detto il ministro Profumo a Bersani che ha criticato questa parte del ddl, qualora si trovassero delle soluzioni alternative.

Così commenta la proposta di Profumo il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda: «L’ispirazione della proposta muove dal dibattito culturale nel Paese sulla centralità della scuola. È infatti evidente ed emerge da tutta la letteratura pedagogica e organizzativa nonché dai confronti con le scuole europee che il nostro sistema di istruzione e formazione ha un bisogno profondo di innovazione». «Sarebbe importante riflettere sulla possibilità di considerare l’orario di lavoro dei docenti in modo nuovo, flessibile, capace di rispondere alle esigenze formative di tutti e di ciascuno, di programmare e autovalutare azioni innovative molteplici, di progettare percorsi di recupero e di valorizzazione delle inclinazione e dei talenti di ciascuno. Si tratta di una prospettiva culturale e politica seria sulla quale il ministro dell’Istruzione auspica che, a prescindere dalle soluzioni, anche diverse, che si troveranno per rispondere alle esigenze di bilancio, si possano confrontare le diverse opzioni miranti a costruire una scuola più equa, più solidale e più moderna».

Le osservazioni di Giarda sono certamente condivisibili. Quel che stona, in questo frangente, è l’invocare innovazione e flessibilità calando dall’alto un aumento dell’orario di cattedra, non si sa se per tutti o per qualcuno, né si capisce con quali criteri avverrà l’assegnazione delle ore in più per coprire spezzoni e supplenze brevi, per una questione dichiaratamente economica. Sono ancora necessari dei tagli? Ditelo senza tirar fuori scuse e soprattutto senza parlare di innovazione perché la scuola è già stata penalizzata negli ultimi anni dai tagli imposti dalla Gelmini e da Tremonti e per migliorarne la qualità o anche solo l’organizzazione non si può continuare a tagliare indiscriminatamente senza considerare che l’orario di lavoro – per tutti i dipendenti, pubblici e privati – è stabilito da un regolare contratto. Il nostro è scaduto da anni e, invece di rinnovarlo per poter offrire ai docenti uno stipendio più decoroso e finanziare la scuola investendo in qualità e formazione degli insegnanti (altro che digitalizzazione… ), si porta all’esasperazione anche i docenti che hanno sempre lavorato con impegno e coscienza ma che hanno evidentemente raggiunto il limite della sopportazione, e fisica e morale.

Tante belle parole non bastano per chiedere un sacrificio. Gli insegnanti hanno già fatto molti sacrifici. Ora è il turno dei politici. Che incomincino a tagliare stipendi e numero di parlamentari, perlopiù assenteisti. Poi, caso mai, potranno chiedere anche a noi qualche sacrificio in più.

[fonti: ilSole24ore e Tuttoscuola.com]

A PROPOSITO DI TAGLI ALLA SCUOLA, QUANTO COSTANO I TEST INVALSI?

Di fronte ai preannunciati tagli alle risorse della pubblica amministrazione, scuola in testa, bisogna riconoscere a questo governo almeno il buon gusto di non parlare di “ottimizzazione delle risorse”, di gelminiana memoria. Non so se peccasse di eccesso di diplomazia l’ex ministro o pecchino di sfacciataggine gli attuali ministri.

Proprio a questo proposito mi chiedevo quanto possano incidere sulla spesa del MIUR i famigerati test InValsi che puntualmente suscitano polemiche sia da parte dei docenti sia da quella degli studenti.

Per prima cosa ho cercato alcuni dati sul sito dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, il cui acronimo è certamente più noto. Nulla. Nessun dato. Alla faccia della trasparenza.

Gli unici dati li ho trovati su una pagina Facebook un po’ datata:

– sono stati spesi circa 5,6 milioni di euro nel 2009 (anno cui si riferisce la notizia riportata)

– si prevede una spesa di 6,6 milioni di euro nel 2010

– si calcola che presumibilmente la spesa toccherà gli 8 milioni di euro nel 2012

Ora, è inutile che perda altro tempo a spiegare perché i test InValsi siano inutili (ne ho parlato diffusamente negli articoli che trovate QUI) e, senza tanti giri di parole, vado dritta al dunque: se proprio si devono tagliare gli sprechi, perché non tagliare una volta per tutte ‘sti benedetti test?

Per quest’anno è tardi, lo so. Ma il ministro Profumo dovrebbe pensarci per il prossimo anno e fare un semplice ragionamento:

se, supponiamo, i risultati delle prove InValsi servono a dare il quadro della situazione delle scuole italiane allo scopo, non unico ma certamente primario, di supportare le realtà più deboli, con quali fondi pensa di venire incontro alle problematiche di certe aeree della nostra penisola visto che ce li taglierà, come promesso, puntualmente tutti e ovunque?

Quel che voglio dire è: a che servono le rilevazioni se non a sprecare altri soldi pubblici quando si potrebbe investire quegli 8-9 milioni di euro per tutta la scuola italiana? Ne gioverebbero comunque anche le realtà più deboli. Tanto, una situazione peggiore dell’attuale è persino difficile da immaginare.

[immagine da questo sito]

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