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ROMA: STUDENTE SUICIDA, INDAGATI GLI INSEGNANTI

andrea suicidaAndrea aveva 15 anni, si è suicidato perché preso in giro dai compagni di scuola per una presunta omosessualità. Aveva un soprannome: “il ragazzo dai pantaloni rosa”.
Il fatto è accaduto il 20 novembre 2012 e solo ora la magistratura ha iscritto nel registro degli indagati tre docenti del liceo Cavour di Roma, frequentato dal ragazzo. L’accusa è quella di «omessa vigilanza». Anche la dirigente della scuola è sotto accusa perché sarebbe stata a conoscenza delle vessazioni subite da Andrea ma non ha ordinato ai docenti di porre un freno alle offese che i compagni continuavano ad indirizzargli.

Secondo le testimonianze di amici e compagni della vittima, il quindicenne sarebbe stato vittima di vere e proprie persecuzioni da parte dei coetanei, senza che gli insegnanti se ne preoccupassero. Essi, anzi, avrebbero ostentato completa indifferenza.

Una professoressa, stando alla testimonianza della madre di Andrea, durante un’interrogazione avrebbe commentato un’abitudine del ragazzo, quella di dipingersi le unghie di rosa, chiedendogli che cosa ne pensasse sua madre. A quel punto lo studente avrebbe risposto: “Mamma dice: basta che poi mi porti i nipotini”. A quel punto, i compagni si sarebbero messi a ridere.

All’indomani del suicidio, per mezzo di una lettera aperta ad un quotidiano, la scuola ha smentito che il ragazzo fosse omosessuale e ha escluso la propria responsabilità:

A. era un ragazzo molto più complesso e sfaccettato del profilo che ne viene dipinto: era ironico e autoironico, quindi capace di dare le giuste dimensioni anche alle prese in giro alle quali lo esponeva il suo carattere estroso e originale (e anche il suo gusto per il paradosso e il travestimento, che nelle ricostruzioni giornalistiche è stato confuso con una inesistente omosessualità); era curioso e comunicativo, pieno di vita e creativo, apprezzato a scuola dagli insegnanti; soprattutto era molto amato da tantissimi amici e compagni. Probabilmente nascondeva dietro un’immagine allegra e scanzonata una sofferenza complicata e un profondo e non banale “male di vivere”. [LINK]

A conferma del carattere solare di Andrea, il commento dell’istruttore di vela, Mauro Pandimiglio, che aveva seguito la classe per una settimana: «Un ragazzo dolce, molto sensibile, di una simpatia unica e molto amato dai suoi compagni di classe. Sono stato con lui per sette giorni per 24 ore e l’unica cosa che posso dire è che era un ragazzo simpaticissimo, socievole, originale e con un rapporto straordinariamente affettuoso con la sua classe. Ricordo ancora quando mise i suoi vestiti, tutti ordinati, nel frigorifero del bungalow. Lo usò come armadio. Quell’episodio fece ridere tutti…».

Questa la notizia in sintesi.
Onestamente non credo che quei docenti e la dirigente possano avere grandi responsabilità. La battuta della prof è stata sicuramente infelice ma bisogna vedere in quale contesto era calata. Se, come sottolineato nella lettera, Andrea era un ragazzo pronto alla battuta e a fare anche autoironia, magari quella domanda rientrava nelle relazioni alquanto distese che aveva con i docenti, forse con quella docente in particolare.
Mi chiedo, invece, quale sia la responsabilità della famiglia. Per esempio, se le offese nei confronti di Andrea viaggiavano nel web, nei social network come pare, è evidente che la scuola non avrebbe potuto fare nulla. Piuttosto sarebbe interessante sapere se la famiglia fosse informata di ciò.

Voi che ne pensate?

[fonti: Il Corriere, Scuola di Vita.Corriere.it e Notizie.tiscali.it, da cui è tratta anche l’immagine]

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