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SPENDERE DI PIÙ PER LA SCUOLA INVESTENDO MEGLIO

Valutazione_PeanutsNell’attesa dei risultati delle elezioni politiche 2013, il cui spoglio delle schede è tuttora in corso, urge una riflessione sul futuro della scuola pubblica.
Nei vari programmi elettorali più o meno tutti hanno parlato di scuola, perlopiù demolendo ciò che negli anni passati è stato fatto senza, tuttavia, fare delle proposte serie per rilanciare la cultura e l’educazione ormai oppresse sotto il peso di tagli ingiustificati che hanno portato ad un peggioramento delle condizioni dei docenti con il conseguente abbassamento della qualità del servizio offerto.

Secondo me l’errore più diffuso negli anni passati è stato quello di pensare a contenere le spese senza tener conto dello sviluppo. Per fare scuola non è solo necessario un tot numero di docenti – sempre minore con aggravio dei compiti sul singolo – ma è soprattutto indispensabile far funzionare l’intero sistema con delle innovazioni serie, per ciò che concerne i programmi scolastici e l’aggiornamento degli insegnanti.

Leggo su Tuttoscuola.com un elenco di proposte per un serio rinnovamento del sistema scuola, che condivido pienamente. Eccolo:

1) realizzare iniziative sistematiche e periodiche di formazione in servizio obbligatoria;

2) introdurre una diversificazione nella carriera (e quindi nella retribuzione) del personale scolastico, in proporzione all’impegno che si intende profondere;

3) potenziare i sistemi di valutazione;

4) sviluppare la ricerca di base e applicata, anche nella forma della ricerca-azione, sull’innovazione educativa;

5) rafforzare la comunicazione orizzontale tra le scuole e la diffusione delle buone pratiche;

6) utilizzare al meglio le risorse umane e tecniche disponibili, attraverso una riorganizzazione delle condizioni di lavoro funzionale al miglioramento del servizio offerto;

7) migliorare la qualità degli ambienti (aule, laboratori, attrezzature) nei quali si svolge l’apprendimento;

8) promuovere e sostenere anche con incentivi gli interventi nelle scuole a rischio.

Un punto su cui penso sia necessario intervenire con urgenza è il secondo che, inevitabilmente, è legato al terzo.
Fino ad ora il lavoro degli insegnanti non è stato controllato né valutato, e neppure è mai stato tenuto nel debito conto il fatto che insegnare una qualsiasi disciplina non è come insegnare una disciplina qualsiasi … e scusate il gioco di parole. Trovo sia ingiusto che alcuni docenti abbiano pacchi e pacchi di compiti da correggere e alcuni nessuno o comunque un numero limitato di prove (spesso con valutazione orale) non troppo impegnative per la correzione. Anche l’impegno che richiede il numero delle classi in cui si insegna – e conseguentemente il numero totale degli allievi – è differente, sempre in riferimento al “lavoro domestico”.
Non trascurabile, inoltre, è il fatto che spesso il lavoro non viene né quantificato né valutato in termini di qualità. E ciò, se da una parte può essere un bel vantaggio per chi fa il minimo indispensabile, per chi lavora seriamente, almeno il doppio dell’orario settimanale di cattedra, è quanto meno demoralizzante.

Il problema della valutazione non è di facile soluzione. L’ex ministro Gelmini, nonostante le promesse di differenziare gli stipendi degli insegnanti sulla base dell’effettivo lavoro svolto nonché sui risultati ottenuti, non ha mai fatto proposte serie. Da parte sua, il ministro uscente Francesco Profumo ha varato il progetto VALeS (progetto sperimentale per individuare criteri, strumenti e metodologie per la valutazione esterna delle scuole e dei dirigenti scolastici) che in ogni caso viaggia sul binario della sperimentazione, senza fare proposte molto diverse rispetto alla sperimentazione del merito di gelminiana memoria.

Una cosa, fra tutte, non condivido: affidare all’onnipresente InValsi il compito di valutare gli apprendimenti e, di conseguenza, le scuole. In primo luogo perché i costi dell’InValsi sono proibitivi, in secondo luogo perché i test fino ad oggi proposti sono risultati poco affidabili. Senza contare che il timore di “fare una brutta figura” ha portato sempre più docenti al training to the test, deleterio per l’apprendimento permanente e volto soltanto all’acquisizione di nozioni minime, indispensabili solo a superare il test e subito dimenticate. Mi riferisco soprattutto ai test di matematica la cui affidabilità è stata più volte messa in discussione da una voce ben più autorevole di me: quella del prof. Giorgio Israel che dice no anche alla valutazione dei docenti affidata a studenti e famiglie. E fa l’unica osservazione che merita attenzione: »La questione della valutazione dei docenti ritorna sempre, ed è innegabile che la riqualificazione della professione passa per un buon sistema di valutazione. Ma è noto che sul tema siamo sempre in alto mare, essenzialmente perché non si vuol prendere atto che l’unico sistema valido è quello delle ispezioni, concepito come un processo interattivo all’interno del sistema capace di attivare il fine autentico della valutazione, ovvero un processo di crescita culturale.» (LINK)

Ecco, investire nella scuola significa anche questo: trovare un sistema di valutazione super partes. Rimarrebbe sempre il dubbio che gli ispettori – per la maggior parte ex dirigenti – non lo siano del tutto o non siano in grado di dare una valutazione oggettiva, in mancanza di strumenti atti allo scopo. Sarebbe, comunque, un bel passo avanti.

DDL STABILITA’ E CATTEDRE DI 24 ORE: ANCORA DUBBI E BUGIE. ORA LO CHIAMANO “BISOGNO PROFONDO DI INNOVAZIONE”

Non c’è vergogna né pudore: dopo aver inserito nel ddl Stabilità l’art. 3, comma 42 che prevede l’innalzamento dell’orario di insegnamento per i docenti delle scuole secondarie di I e II grado dalle attuali 18 ore a 24, invocando la necessità di “equiparare l’impegno dei docenti italiani a quello dei colleghi dell’Europa occidentale” (che, guarda caso lavorano in media di meno delle attuali 18 ore), celando in modo alquanto maldestro la volontà di far cassa attraverso i famigerati tagli, ora il ministero dichiara che si tratta di un “profondo bisogno di innovazione nell’ambito dell’istruzione e della formazione“.

Onestamente non so di cosa si stia parlando. So che di ora in ora si rincorrono conferme e smentite. Tant’è che i timori a volte sembrano esagerati altre più che fondati. Nel frattempo il malumore serpeggia nei corridoi, nelle sale insegnanti, nelle alule scolastiche. Si sta pensando a come reagire, cosa fare, cosa proporre, indire assemblee, coinvolgere chi … non si sa. C’è tanta confusione e un’apprensione che mai, almeno per chi come me sta in cattedra da tanti anni, si era provata.

Ad ogni proposta precedente, da qualsiasi ministro provenisse, si assumeva una posizione di diffidenza, visto che l’abilità che, negli ultimi vent’anni almeno, tutti hanno palesemente manifestato è stata quella di cambiare le carte in tavola. Detta una cosa, subito se ne diceva un’altra per poi farne una terza. Arrivavano le smentite delle smentite e, di fronte a un atteggiamento del genere, si prendevano le distanze. Si diceva: tanto non fanno sul serio. Poi, quando davvero ci si rendeva conto che non scherzavano, si incassava il tutto con quella rassegnazione che è tipica di chi si sente una marionetta i cui fili possono essere tirati a piacere senza poter fare assolutamente nulla, senza poter opporre alcuna resistenza.

Mai, però, si era arrivati a sentirsi meno di una marionetta, meno di un burattino, piuttosto un sacco delle immondizie pronto ad essere gettato nella discarica dei senza dignità. Di quelli che contano meno di zero che, però, hanno in mano il futuro di chi un giorno farà parte del mondo del lavoro, della politica, della magistratura, della sanità … Andando avanti di questo passo, il nostro Paese sarà davvero in buone mani.

La scuola e il sistema di formazione dovrebbero essere una priorità assoluta per chi ci governa. Eppure non è mai stato così. L’Italia è fra i tre Paesi europei che spende meno per l’istruzione, solo lo 0,8 del PIL (vedi Rapporto EURYDICE 2012). Sulla scuola si risparmia, si taglia, si “ottimizzano le risorse”. La formazione degli insegnanti è sempre stata un problema di coscienza del singolo, mai sentita come necessità per migliorare il sistema scolastico. Il lavoro dei docenti è sempre stato basato sulla buona volontà di chi dà il giusto valore alla professione che svolge e sull’assoluta noncuranza di quelli che, invece, pensano di risparmiare energie lavorando il meno possibile. Tanto per quel che si guadagna …

Lo stipendio degli insegnanti italiani è agli ultimi posti in Europa (per fare un esempio, i finlandesi, l’eccellenza europea secondo i dati OCSE, guadagnano sino a 61mila euro annui lordi dopo 16 anni di servizio, mentre, in Italia, si arriva a 48mila euro lordi dopo 35 anni di servizio), ma questo non lo si dice. Ci sbandierano, invece, delle falsità sull’impegno didattico (ovvero, le ore di insegnamento frontale, a scanso di equivoci) dei colleghi europei che in media lavorano 16,3 ore. Altro che le 18 attuali e le 24 che il ddl vorrebbe affibbiarci!

Le prospettive sono tutt’altro che rosee. Eravamo abituati a essere considerati l’ultima ruota del carro, anzi, del carrozzone sgangherato come ormai è considerata la scuola pubblica, ma fino a questo punto … Profumo, dopo aver annunciato l’aumento delle ore, pensa di darci il contentino con 15 giorni di ferie in più. Sapete qual è il commento di gran parte dell’opinione pubblica? Ancora ferie? Ma se hanno già tre mesi … Nessuno considera che quei 15 gg in più sarebbero da fruire sempre nel periodo estivo, quando comunque non si è in servizio attivo a scuola, essendo sospese le attività didattiche. Quello che poi la gente non capisce è che questo contentino equivarrebbe a uno specchio per le allodole qualora lo fossimo. Ma non lo siamo e comprendiamo fin troppo bene che pochi potrebbero davvero usufruire delle ferie supplementari. Vediamo perché.

Chi insegna alle superiori ed è impegnato negli esami di Stato di fatto è in servizio attivo fino a metà luglio, più o meno. Sempre nello stesso ordine e grado di scuola da qualche anno c’è l’onere dei Debiti Formativi che gli studenti devono superare per essere ammessi alla classe successiva. Da anni i dirigenti tentano di far svolgere le prove per il superamento dei DF entro la fine di agosto, e in molti casi ci riescono pure. La tendenza generale è di rimandare il tutto a settembre, concludendo le operazioni (scrutini compresi) entro la prima settimana del mese, anche se in qualche caso si arriva a un compromesso e si iniziano gli “esami” l’ultimo lunedì di agosto. Ne consegue che, visto che il ddl specifica che tale periodo supplementare di ferie debba essere goduto nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative, velato riferimento agli “esami di settembre”, sarebbe comunque difficile per molti poter davvero farsi tutti e 51 giorni di ferie (suddivisi in: 32 di ferie vere e proprie + 4 gg di recupero delle festività soppresse + 15 gg supplementari proposti). Senza contare che i 6 gg cui avremmo diritto nel periodo delle lezioni, di fatto non li possiamo chiedere perché spesso i dirigenti pongono un limite al numero delle richieste, esigono che si trovino dei docenti disponibili per la sostituzione (il che implica che poi quelle ore le si debba restituire … ma allora di che ferie stiamo parlando?!) e che venga rispettata la norma che prevede la concessione delle ferie a patto che non ci siano oneri aggiuntivi per l’amministrazione.

Ma veniamo, dunque, agli effetti che avrebbe l’aumento delle ore di lezione sull’occupazione. Le ultime notizie parlano di chiarimenti sulla base della relazione tecnica che accompagna il ddl, in particolare il comma 42 dell’art. 3. “la norma in questione non comporta modifiche e in particolare riduzioni di organico … mantiene immutato l’orario di cattedra”, si legge a pagina 68. Ma allora perché finora si è parlato di un aumento delle ore di insegnamento? Pare che le ore aggiuntive debbano essere usate per la copertura degli spezzoni orario disponibili nella istituzione scolastica di titolarità, per spezzoni di sostegno e per le supplenze brevi e saltuarie. La corretta interpretazione va, però, in un’altra direzione rispetto alle voci della prima ora: la nuova norma prevede che il personale in questione sarà d’ora in poi obbligato alla copertura dello spezzone senza ricevere più una remunerazione aggiuntiva per questo.

Fin qui c’eravamo arrivati. Ma, fatti due conti, ci era parso di capire che a seguito dell’applicazione delle nuove disposizioni, il 30% delle cattedre venisse coperto dal personale superstite, dopo l’innalzamento delle ore di cattedra da 18 a 24. Sembra che le cose non stiano proprio così. Sarà il dirigente scolastico ad assegnare le ore in più ai docenti, con quale criterio non è dato sapere, coprendo più della metà degli spezzoni disponibili (9.269) mentre i rimanenti (11.483) saranno assegnati a personale precario, con supplenze fino al termine delle attività.
Agendo in questo modo, si arriverebbe a un risparmio di 265.705.154 euro, risparmio che deve essere garantito, come ha detto il ministro Profumo a Bersani che ha criticato questa parte del ddl, qualora si trovassero delle soluzioni alternative.

Così commenta la proposta di Profumo il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda: «L’ispirazione della proposta muove dal dibattito culturale nel Paese sulla centralità della scuola. È infatti evidente ed emerge da tutta la letteratura pedagogica e organizzativa nonché dai confronti con le scuole europee che il nostro sistema di istruzione e formazione ha un bisogno profondo di innovazione». «Sarebbe importante riflettere sulla possibilità di considerare l’orario di lavoro dei docenti in modo nuovo, flessibile, capace di rispondere alle esigenze formative di tutti e di ciascuno, di programmare e autovalutare azioni innovative molteplici, di progettare percorsi di recupero e di valorizzazione delle inclinazione e dei talenti di ciascuno. Si tratta di una prospettiva culturale e politica seria sulla quale il ministro dell’Istruzione auspica che, a prescindere dalle soluzioni, anche diverse, che si troveranno per rispondere alle esigenze di bilancio, si possano confrontare le diverse opzioni miranti a costruire una scuola più equa, più solidale e più moderna».

Le osservazioni di Giarda sono certamente condivisibili. Quel che stona, in questo frangente, è l’invocare innovazione e flessibilità calando dall’alto un aumento dell’orario di cattedra, non si sa se per tutti o per qualcuno, né si capisce con quali criteri avverrà l’assegnazione delle ore in più per coprire spezzoni e supplenze brevi, per una questione dichiaratamente economica. Sono ancora necessari dei tagli? Ditelo senza tirar fuori scuse e soprattutto senza parlare di innovazione perché la scuola è già stata penalizzata negli ultimi anni dai tagli imposti dalla Gelmini e da Tremonti e per migliorarne la qualità o anche solo l’organizzazione non si può continuare a tagliare indiscriminatamente senza considerare che l’orario di lavoro – per tutti i dipendenti, pubblici e privati – è stabilito da un regolare contratto. Il nostro è scaduto da anni e, invece di rinnovarlo per poter offrire ai docenti uno stipendio più decoroso e finanziare la scuola investendo in qualità e formazione degli insegnanti (altro che digitalizzazione… ), si porta all’esasperazione anche i docenti che hanno sempre lavorato con impegno e coscienza ma che hanno evidentemente raggiunto il limite della sopportazione, e fisica e morale.

Tante belle parole non bastano per chiedere un sacrificio. Gli insegnanti hanno già fatto molti sacrifici. Ora è il turno dei politici. Che incomincino a tagliare stipendi e numero di parlamentari, perlopiù assenteisti. Poi, caso mai, potranno chiedere anche a noi qualche sacrificio in più.

[fonti: ilSole24ore e Tuttoscuola.com]

SCUOLA SECONDARIA: AUMENTO DELL’ORARIO A 24 ORE? CARO MINISTRO, CI VUOLE TUTTI PAZZI?


Da quarantotto ore le voci si rincorrono e pare che la conferma sia arrivata dal ministro Profumo. In un articolo pubblicato su Repubblica si rende noto che i ddl Stabilità prevede che le ore settimanali degli insegnanti delle scuole secondarie debbano passare da 18 a 24.

Già ieri mattina a scuola c’era un bel po’ di maretta. Ah, a proposito, ci sarebbe stato sciopero ma eravamo tutti lì, o quasi. Non conosco i dati sulla partecipazione ma almeno qui la situazione era tranquilla. D’altra parte, di questi tempi chi rinuncia a 80 euro in busta paga per protestare contro i sordi? Sì, perché se erano sordi i politici non è che questi tecnici (dei miei stivali, aggiungerei) lo siano di meno. Fanno e disfanno ciò che vogliono atteggiandosi a salvatori della patria. Peccato che calpestino i diritti dei più poveri e indifesi, delle categorie maggiormente discriminate, come la scuola, per mantenere i propri privilegi e quelli dei compari politici. Perché è ovvio che questi tecnici stiano già pensando alla politica …

Ma veniamo al dunque: tutti a scuola per 24 ore settimanali, senza aumenti di stipendio (ma va?), anzi, pare che chi vorrà lavorare 18 ore, si vedrà decurtare il misero mensile. Tutto ciò, nonostante il contratto sia scaduto da quattro anni (e un’indennità di vacanza contrattuale di circa 13 euro mensili che dal prossimo anno verrà tolta!) e gli scatti bloccati fino al 2015 (qualcuno dice fino al 2017). Mentre i costi aumentano sempre più e il potere d’acquisto degli stipendi cala inesorabilmente, i docenti italiani saranno i nuovi poveri del futuro.

Io, lo confesso, questa strategia volta a tartassare i più deboli, a ridurre la cultura al ruolo di cenerentola relegata accanto al camino mentre la politica può andare al ballo tutte le sere, non la capisco. C’è la crisi economica, da una parte aumentano le tasse e dall’altra ci abbassano gli stipendi: COME PENSANO DI FAR DECOLLARE L’ECONOMIA QUESTI TECNICI DEI MIEI STIVALI?

Il nostro ministro tecnico fa rimpiangere persino la Gelmini – Pinocchio che, appena avuto il mandato, a proposito degli stipendi degli insegnanti, aveva detto che erano troppo bassi e che dovevano essere allineati alla media europea; poi, rimangiandosi tutto, ha partorito (oltre che la figlia Emma) la sperimentazione del merito, premiando i docenti più bravi e le scuole migliori, ovviamente stabilendo arbitrariamente la rosa dei partecipanti e senza obbligare nessuno. Democratico, no?

E ora arriva Profumo che dichiara che bisogna portare il livello di impegno dei docenti sugli standard dell’Europa occidentale. Ok, mi sta bene. Allora EQUIPARIAMO ANCHE GLI STIPENDI ALLO STANDARD DELL’EUROPA OCCIDENTALE. Eh, no, signori miei, l’aumento di stipendio, seppur legittimo, è impossibile per il Paese. Quindi, siamo noi i nuovi eroi, quelli che salvano la Patria, lavorando di più (con la conseguenza di un bel po’ di posti di lavoro in meno! Mi domando perché mai facciano i concorsi …) senza chiedere nulla in più perché pronti al sacrificio.

Chiediamo alla scuola un atto di generosità. Di più, un patto che rifondi questo mestiere così importante. Così si esprime il ministro. Ma di quale patto sta parlando? Un patto presuppone un’intesa fra le parti, o no? Ha chiesto il nostro parere? E come pensa di riuscire a rifondare questo mestiere così importante se lo sta affossando del tutto? E se è così importante, se viene ad esso riconosciuto il giusto valore, perché non gratificarlo, in modo che la gente (non oso più parlare di docenti) lavori meglio, invece di continuare a dare mazzate ai dipendenti scolastici, fino a ridurli in schiavitù?

E poi la beffa, oltre che il danno. La classica ciliegina sulla torta che a me, personalmente non piace tant’è che la sputo: in cambio di questo sacrificio, i docenti avranno dei giorni di ferie in più, naturalmente da spendere durante il periodo estivo quando le attività didattiche sono sospese. Un contentino che, pur senza responsabilità da parte nostra, abbiamo di fatto sempre avuto. Chi mai viene richiamato in servizio d’estate? E non siamo certo noi a chiedere di rimanere a casa. Ma allora, mi domando, se Profumo vuole zittire le malelingue che ci rinfacciano, puntualmente ad ogni inizio delle vacanze estive, che abbiamo troppe ferie, perché mai ce ne concede di più, con tutti i crismi dell’ufficialità, e ci fa lavorare sei ore in più alla settimana durante l’anno scolastico, quando siamo già oberati dal lavoro, senza tregua nemmeno durante il week-end? Perché, invece, non ci costringe a lavorare d’estate, con calma, nella progettazione didattica e nell’autoaggiornamento?

E non dimentichiamo che lo stress, già a livelli difficilmente tollerabili, dovuto all’aumento di allievi per classe e al numero di classi per ciascun dipendente, con relativo aumento di carico di lavoro DA SVOLGERE A CASA, NEI POMERIGGI, DI NOTTE, NEI WEEK-END, SENZA DIRITTO NEMMENO ALL’ORA D’ARIA DI CUI GODONO QUOTIDIANAMENTE I CARCERATI, mieterà sempre più vittime. In termini medici si chiama Stress Lavoro Correlato (SLC) ed è un fenomeno sempre più in aumento. Secondo un recente studio del dott. Vittorio Lodolo D’Oria (che mi ha gentilmente inviato il file per e-mail e mi ha autorizzato a diffonderlo) tale sindrome è costantemente in aumento e colpisce il personale della scuola con una media di vent’anni di servizio continuativo in cattedra. Immaginiamoci come sarà la situazione in futuro grazie all’allungamento dell’età pensionabile.

Andando avanti di questo passo, non ci resta che impazzire del tutto. A tale proposito, mi torna in mente un convegno cui ho partecipato qualche anno fa (aneddoto che conclude questo mio post): la sede scelta era il Centro d’igiene mentale, ovvero l’ex ospedale psichiatrico cittadino. Il direttore del corso, nonché direttore della ASL locale, ha accolto noi docenti con questa frase:
Dicono che a fare i prof si diventa pazzi. Abbiamo voluto accogliervi qui per il corso, così almeno iniziate a familiarizzare con l’ambiente”.
Quindici anni fa poteva sembrare una battuta, ora sembrerebbe quasi un triste presagio.

AGGIORNAMENTO DEL POST

Riporto da Tuttoscuola.com:

La legge di stabilità, secondo una bozza diffusa dai sindacati in attesa di definitiva convalida, prevede che “dal 10 settembre 2013 l’orario di servizio del personale docente della scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado, incluso quello di sostegno, è di 24 ore settimanali. Nelle sei ore eccedenti l’orario di cattedra il personale docente non di sostegno della scuola secondaria titolare su posto comune è utilizzato per la copertura di spezzoni orario disponibili nell’istituzione scolastica di titolarità e per l’attribuzione di supplenze temporanee per tutte le classi di concorso per cui abbia titolo nonché per posti di sostegno, purché in possesso del relativo diploma di specializzazione. Le 24 ore di servizio del personale docente di sostegno sono dedicate interamente ad attività di sostegno”.

Per quanto riguarda le ferie la bozza stabilisce anche che “il periodo di ferie retribuito del personale docente di tutti i gradi di istruzione è incrementato di 15 giorni su base annua. Il personale docente fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative. Durante la rimanente parte dell’anno la fruizione delle ferie è consentita per un periodo non superiore a sei giornate lavorative subordinatamente alla possibilità di sostituire il personale che se ne avvale senza che vengano a determinarsi oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche”.

Contro queste norme, se saranno confermate, il Codacons e l’Anief hanno già preannunciato il ricorso alla Corte costituzionale.

CREDO SIA NECESSARIO FERMARE QUESTO ASSURDO DDL. PER QUESTO CHIEDO A TUTTI DI FIRMARE LA PETIZIONE CONTRO LE 24 ORE DI INSEGNAMENTO: CLICCA QUI.

IL MINISTRO PROFUMO CONTRO L’ORA DI RELIGIONE FA INFURIARE IL MONDO CATTOLICO

Venerdì sera a Torino, in occasione della festa di Sinistra Ecologia e Libertà, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha criticato l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

«Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso. Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il 30%.», queste le parole del ministro la cui proposta è, dunque, quella di «meglio adattare l’ora di religione – ha precisato Profumo – trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica».

Lasciamo in sospeso, per ora, la trasformazione dell’IRC in qualcos’altro. Facciamo attenzione ai dati forniti (non si sa sulla base di quali statistiche) dal ministro sul numero degli allievi stranieri che popolano le classi delle diverse scuola italiane.

Come fa giustamente notare Tuttoscuola.com, la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole statali è molto più bassa e non arriva nemmeno al 10% (7,9% due anni fa come da fonte ufficiale del Miur; il 9% nella primaria che è il settore più affollato). Ed è più bassa ancora nelle scuole paritarie. La percentuale più elevata si registra in Emilia con il 14%. Se però fosse vero quel 30%, vorrebbe dire che di alunni stranieri nella scuola statale, anziché essere 730mila circa, dovrebbero essere intorno ai 2,4 milioni!

Che dire? Un ministro dovrebbe almeno conoscere i dati diffusi dal suo stesso staff.

Passiamo ora alla proposta di Profumo e alle polemiche che ne sono scaturite. In prima linea troviamo CulturaCattolica.it che fa notare al ministro che l’IRC è regolato dal Concordato tra Stato e Chiesa e che gli articoli interessati giustificano la presenza dell’insegnamento nelle scuole della nostra penisola. Inoltre, per difendere l’ora di religione, vengono citate due fonti autorevoli: il cardinale Carlo Maria Martini che ha trattato la questione nella lettera pastorale “Andiamo a scuola” nel 1985, dopo l’approvazione della riforma del Concordato; il dottor Paolo Mieli che, il 7 maggio 2002, durante il Convegno “Ora di religione e riforma della scuola”, partendo dalla propria esperienza personale, dichiarò di aver scelto, nonostante le origine ebree, l’IRC per confrontarsi e crescere. (QUI si possono leggere le due testimonianze)

Secondo Gabriele Mangiarotti, autore dell’articolo, «È – l’ora di religione CATTOLICA – un servizio che vale per gli alunni che vogliano essere consapevoli della propria storia ed identità. E, nel caso di stranieri, anche se (o proprio se) di altra religione, l’occasione per integrarsi nell’ambiente e nella cultura in cui sono chiamati a vivere, anche da protagonisti!». Quindi, in risposta al ministro, osserva: «Credo che un ministro incompetente sugli argomenti che tratta non abbia più molto senso».

Da parte mia, ho sempre difeso l’insegnamento della religione nelle scuole, anche se trovo corretto il fatto che sia diventato facoltativo. Anche recentemente, in occasione del dibattito cui ha dato l’avvio l’Uaar proponendo una vera “ora alternativa”, che di fatto non esiste, impiegando quei docenti che altrimenti rischierebbero il posto per la contrazione delle cattedre, ho difeso l’IRC anche se appoggio l’idea di proporre delle alternative vere. Tuttavia, ho espresso delle perplessità riguardo alla possibilità che si propongano come alternative lezioni su argomenti più interessanti per gli studenti, paventando un fuggi fuggi di massa durante l’ora di religione. (LINK)

Mi sento, tuttavia, di appoggiare in parte la proposta di Profumo, anche se trovo il suo tono particolarmente arrogante (Monti docet). Sarebbe utile, infatti, un insegnamento aperto anche verso le altre religioni, nell’ottica di quel dialogo inter-religioso che l’indimenticato Papa Wojtyla aveva iniziato molti anni fa. Però mi pare che la maggior parte dei docenti di religione, specie nelle scuole secondarie, impostino già la loro didattica non tanto sui dogmi della Chiesa quanto sulla varietà delle religioni professate nel mondo nonché sulle problematiche legate all’universo giovanile, nelle relazioni familiari e non, contribuendo così alla formazione completa dei ragazzi nella prospettiva auspicata dal cardinale Martini che, rispondendo alla domanda: “Perché e come entra l’insegnamento della religione nel quadro delle finalità della scuola?, aveva osservato:

Entra per svolgere un servizio alla scuola e alle sue finalità. Abbiamo visto che una finalità della scuola è quella di porre il problema del rapporto dei dati scientifici e storici con il significato che essi hanno per la coscienza e la libertà. Orbene la coscienza e la libertà chiamano in causa i beni ultimi, universali, fondamentali dell’esistenza. Quello che, poi, la coscienza e la libertà decideranno circa questi beni, è un compito delle singole persone. Ma è compito della scuola porre correttamente il problema. L’insegnamento della religione, che riguarda appunto le questioni decisive, i fini ultimi della vita, aiuta la scuola a svolgere questo compito. L’aiuta entrando in dialogo con le altre materie di insegnamento, ma conservando una propria specificità

LA SCUOLA DIGITALE DI PROFUMO PARTE DAL SUD. SCOPPIA LA POLEMICA LEGHISTA


Devo nuovamente parlare di spending review. Pare che in questo inizio d’anno scolastico sia la parola d’ordine da cui non si può prescindere.

Come si sa, il ministro del MIUR, Francesco Profumo, ha annunciato che, sempre nell’ambito della razionalizzazione delle spese, le pagelle saranno consultabili on line e in ogni aula ci sarà il registro elettronico. Poi, visto che oltre ai registri di classe ci sono quelli personali degli insegnanti, va da sé che anch’essi devono essere dotati degli idonei supporti elettronici. Il risparmio di spesa si aggirerà sui 30 milioni di euro. Non proprio bazzecole.

Ieri, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico, Profumo ha reso noto che tutte le classi scolastiche di medie e superiori avranno un computer e ogni insegnante delle regioni Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, sarà dotato di un tablet. La spesa dell’operazione, annunciata per le prossime settimane, è di 24 milioni di euro; 8.647 milioni per fornire di un computer le 34.558 classi di scuole medie e 15mila 650 milioni per rifornire le 62.600 classi delle superiori.

L’operazione di digitalizzazione delle scuole e la fornitura degli strumenti informatici per i docenti del sud Italia ha un finanziamento: grazie a Formez (tristemente noto per l’elaborazione dei test di pre-selezione del concorso per Dirigenti scolastici) e ai fondi europei di cui può usufruire 712 scuole in Campania (59,9%), 599 in Puglia (85,3%), 233 in Calabria (57,2%) e 584 in Sicilia (58,3%) godranno di questo privilegio senza aggravi per la PA.

Com’era facilmente intuibile, i docenti del nord protestano, almeno quelli che condividono le parole del segretario della Lega Nord, Roberto Maroni che, ai microfoni di Radio Anch’io, ha dichiarato: «Non ho ben capito perchè i tablet vanno solo ai professori del Sud, poi si dice che la Lega è razzista. Qui un membro del governo dice: ‘favoriamo solo i professori del Sud’. È un atto di discriminazione incomprensibile, spero che il governo ci ripensi e faccia retromarcia. È una cosa pazzesca, una odiosa discriminazione che non ha alcun senso».

Al di là dell’interpretazione che viene data alla mossa del ministro Profumo, credo che la cosa più importante sia che le scuole del sud, sempre sotto accusa visti i risultati non sempre brillanti dei test InValsi, abbiano uno strumento per rinnovarsi. E’ certamente un piccolo passo e non vedo la ragione di protestare. A me personalmente sembra un gesto di grande civiltà.
Non è il caso di fare le bizze come i bambini che si contendono il giocattolo nuovo. Il tablet arriverà anche per noi. Piuttosto mi chiedo: chi finanzierà i corsi di formazione per i docenti, visto che non è obbligatorio saper utilizzare un tablet?

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

PRONTO PER L’ESAME LO SCHEMA DI DECRETO PER LA VALUTAZIONE DELLE SCUOLE

Il consiglio dei ministri, su proposta di Francesco Profumo, titolare di Viale Trastevere, è pronto ad esaminare lo schema di decreto per la valutazione del sistema scolastico. Tre saranno gli elementi sui quali le scuole verranno valutate:

1. L’Invalsi, l’istituto che attualmente si occupa di rilevare gli apprendimenti degli studenti
2. L’Indire (l’attuale Ansas- agenzia per lo sviluppo dell’autonomia scolastica) che si occupa della formazione dei docenti
3. Un nucleo di valutazione esterna costituito da un ispettore e due esperti selezionati dall’ Invalsi che valuteranno in che modo ciascuna scuola si stia adoperando per raggiungere gli obiettivi dichiarati, prendendo in considerazione anche il «valore aggiunto» degli istituti, ovvero il grado di miglioramento conseguito dagli studenti fra l’ingresso e l’uscita.

Quanto ai costi, a viale Trastevere assicurano che la valutazione rientra «nell’ambito delle risorse disponibili», aggiungendo delle clausole ad hoc.

Per quanto riguarda i test InValsi si allarga il numero delle classi interessate: le rilevazioni saranno fatte su “base censuaria” in II e V elementare, I e II media, II superiore come già accade ora, ma si aggiunge la V superiore. Da notare che il testo che approda in cdm non specifica se il test si farà alla maturità.

Il “voto” assegnato dal nucleo esterno a ciascuna scuola, graverà sui premi per i dirigenti scolastici: qualora i risultati siano deludenti e lontani dagli obiettivi prefissati, non ci sarà alcun bonus per il preside. Per questo vengono ipotizzati dei dossier autoprodotti dagli istituti.

[fonti: Tuttoscuola.com e Corriere.it]

600MILA STUDENTI FUORI CORSO NELLE UNIVERSITÀ ITALIANE. PROFUMO: “CASO UNICO”


«I fuori corso all’università esistono solo da noi», per questo «bisogna cambiare rotta». Questo il commento del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo sui 600mila studenti fuori corso negli atenei della penisola. Troppi, decisamente. Solo qualche giorno fa, commentando un post sul portale UniversItaly inaugurato dal ministro, mi ero chiesta quanti fossero gli studenti italiani che, diciamo così, se la prendono comoda. Ecco, dunque, la risposta.

I dati sono relativi all’anno accademico 2010/11 e la quota di fuori corso rappresenta il 33,59% del milione e 782 mila iscritti. Una percentuale notevole che fa infuriare il ministro del MIUR che osserva: «All’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi. Credo che la scuola sul rispetto delle regole debba dare un segnale forte» perché «gli studenti fuori corso hanno un costo, anche in termini sociali».

Ora, forse può sembrare esagerato attribuire la colpa di questo problema sociale al vizietto tutto italiano di non rispettare regole e tempi. Ma in realtà le parole del ministro sono condivisibili. Lo sono di meno quando attribuisce alla scuola il compito di educare al rispetto delle regole. Perché, non lo fa già? Ciò non significa che gli studenti imparino, esattamente come non tutti imparano le discipline comprese nel piano di studi, non tutti vengono promossi a giugno, molti se la prendono comoda anche là e si diplomano con anni di ritardo. Pretendere il rispetto delle regole si può e si deve ma, visto che il ministro parla di segnali forti, allora si dovrebbero stabilire delle regole rigide sulla promozione o sull’ammissione all’Esame di Stato. Tutti promossi o bocciati, ammessi all’esame solo con le proprie forze, ovvero evitando che i cinque – qualche volta anche i quattro – diventino sei. In fondo, quando l’ex ministro Gelmini ha varato il nuovo regolamento sulla valutazione degli studenti aveva in mente proprio questo.

Allora, mi si dirà, viene meno il diritto allo studio, rispettando i tempi del singolo. C’è chi ha bisogno di più tempo, quindi lo “rimandiamo” a settembre in una o più materie o, se bocciato, deve avere la possibilità di riprovarci. Va detto, tuttavia, che la normativa prevede che, qualora uno studente voglia iscriversi alla stessa classe per la terza volta, nella stessa scuola, ha bisogno del consenso del Collegio dei Docenti. Ma anche quando il parere fosse negativo, lo studente cambia istituto, scegliendo lo stesso indirizzo o anche qualche altro corso di studi. Mi pare che nessuna legge lo vieti.

Detto questo, sono d’accordo con Profumo circa la proposta, nell’ambito della ormai nota Spending Review, di aumentare le tasse agli studenti fuori corso. Sì però, quando si parla di studenti “ritardatari”, non sempre lo sono perché pigri, incapaci o fannulloni. Molti, infatti, sono costretti a lavorare per pagarsi le tasse universitarie e i costosissimi libri di testo. Perché, dunque, punire indiscriminatamente tutti? Un distinguo ci vuole. Ad esempio, la presentazione di adeguata documentazione come si fa per i crediti formativi negli istituti superiori. In questo caso, tuttavia, l’impiego dello studente lavoratore deve essere in regola. Non sempre lo è. Diciamolo chiaro e tondo: spesso i ragazzi lavorano in nero. Sto pensando alle baby sitter (o anche ai dog sitter), alle badanti, a chi lavora magari come cameriere/a in un ristorante nei week-end. Ma il rovescio della medaglia c’è: chiedere una documentazione allo scopo di non vedersi lievitare le tasse perché in ritardo con gli esami significherebbe evitare proprio il lavoro in nero. Ricordo che per i “lavoretti” ad ore sono disponibili i voucher per il lavoro occasionale da acquistare in tabacchino oppure per via telematica.

Tornando al topic, nell’articolo del Corriere che riporta la notizia, si legge che, guarda un po’, chi frequenta le università private si laurea in meno tempo e non abbandona gli studi entro il primo anno. Be’, c’è una bella differenza tra le università pubbliche e quelle private: in queste ultime le tasse possono arrivare anche a 10mila euro all’anno e pare ovvio che un minimo di garanzia ci debba essere. Del resto allo stesso modo funzionano le scuole private, perlopiù ricettacolo di buoni a nulla che alla fine si ritrovano con il diploma in mano ma ignoranti come prima.

C’è chi, comunque, difende le università private: si paga molto ma si è seguiti nel percorso di studi. Quando qualcuno rimane indietro, gli viene affidato un tutor che lo aiuta a superare le difficoltà. Cosa che, per ovvie ragioni, negli atenei statali non accade. Per questo il ministro Profumo ha in mente un percorso alternativo per gli studenti lavoratori che rimangono indietro con gli esami: il regime di part time, la possibilità, dunque, di diluire i tempi senza andare fuori corso. Nello stesso tempo, sarebbe auspicabile seguire gli studenti in difficoltà anche per via telematica. Alla Sapienza di Roma, per esempio, è attiva Telmasapienza, l’unica università telematica pubblica messa su dall’ateneo della capitale per aiutare gli studenti fuori regione. Tuttavia, gli studenti fuori corso sono ben 40mila. Ciò significa che il sistema deve essere migliorato e credo ci possano essere delle buone prospettive in tal senso.

Insomma, tra pubblico e privato io sto sempre con il pubblico. Purché dalle parole si passi ai fatti, aiutando chi ha reali difficoltà e sanzionando, con l’aumento delle tasse, chi se la prende comoda senza un motivo documentato. Fosse per me, stabilirei anche un tempo massimo per ritardare la discussione della tesi: tre anni, dopo di che si perde la validità degli esami già sostenuti.

Tempo fa ho conosciuto un giovane algerino che si è trasferito in Italia per lavorare, interrompendo gli studi di Medicina. Dopo due anni senza sostenere esami ha perso tutto.
Forse dovremmo imparare da quello che, dall’alto della nostra sufficienza, consideriamo “Terzo Mondo”.

[immagine da questo sito]

E DOPO LA MATURITÀ? UNIVERSITALY TI AIUTA A SCEGLIERE

Il 66% dei maturandi vuole proseguire gli studi. Secondo un sondaggio di Skuola.net, qualcuno sceglierà corsi di formazione professionale avanzata (regionali, o Its, il canale formativo post-secondario parallelo ai percorsi accademici, pensato per fornire alle aziende un bacino di professionalità tecniche, solo il 13% si metterà alla ricerca di un lavoro, impresa ardua in tempi di crisi, e l’8% sceglierà di andare all’estero con l’intento di imparare la lingua o perfezionare le sue conoscenze.

Secondo Almalaurea le immatricolazioni sono scese del 15% negli ultimi otto anni. Ma anche chi sceglie di proseguire gli studi non ha vita facile. Gli abbandoni, infatti, sono in aumento: il 23% degli studenti lasciano al primo anno, il 30% al secondo. Da una ricerca dell’Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) emerge che l’Italia è il fanalino di coda in Europa per tasso di impiego e per livelli di retribuzione dei neodottori. Le nostre aziende assumono sempre meno laureati: il 12,5% contro il 30% degli Stati Uniti.

Ma chi in questo momento sta sostenendo gli esami o li ha da poco finiti può contare su un’iniziativa del MIUR che ha l’intento di orientarli nella scelta post-diploma. Il Ministro Profumo ha presentato UniversItaly, il nuovo portale dell’Università italiana, realizzato con la collaborazione della Crui, del Cineca e di tutti gli atenei italiani, indirizzato agli studenti italiani e stranieri e a tutti i soggetti interessati al nostro sistema accademico.

In una nota del Ministero dell’Istruzione si illustra il progetto:

Il portale nasce con l’idea di semplificare e supportare la scelta degli studenti e delle loro famiglie, aiutandoli, tramite appositi strumenti, nella comparazione delle offerte formative degli atenei, aggiornate dagli atenei stessi, e di sviluppare e promuovere la domanda da parte degli studenti stranieri.

Tramite “UniversItaly” gli studenti che escono dalle scuole superiori o che stanno ultimando il loro percorso formativo potranno disporre di tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole, avendo una visione d’insieme dell’offerta sempre aggiornata e un panorama complessivo delle università e delle altre istituzioni per la formazione superiore. Di fatto in “UniversItaly” sono presentate le offerte delle accademie e dei conservatori e viene proposta una panoramica sull’istruzione tecnica superiore. CONTINUA A LEGGERE >>>

[dati da Il Corriere]

PONTREMOLI: CONFERMATA BOCCIATURA PER CINQUE SCOLARI DI PRIMA ELEMENTARE

La scuola è finita (almeno per quel che riguarda le lezioni) e spuntano, puntuali come ogni anno, le polemiche sulle bocciature. Basterà attendere qualche settimana, poi sentiremo anche le proteste per i pochi 100 all’esame di maturità e le bocciature facili da parte di commissioni troppo esigenti. C’est la vie. Tutti, comunque, sempre pronti ad esprimere giudizi affrettati senza avere nemmeno chiaro il quadro della situazione.

Io sono la prima a sostenere che non si dovrebbe mai bocciare. Ciò non significa, però, che si debbano mandare avanti scolari e alunni con una preparazione inadeguata al prosieguo del percorso scolastico. Come ho già detto, sono del parere che le bocciature, attualmente, siano dovute ad una serie di circostanze per cui è praticamente impossibile seguire ogni bambino e ogni ragazzino con un percorso individuale come effettivamente si dovrebbe. Guarda caso, il dito è puntato verso i provvedimenti voluti dalla Gelmini e volti al risparmio. Non c’è da stupirsi, quindi, che dei bambini in difficoltà debbano subire una bocciatura che si sarebbe forse potuta evitare se le classi fossero meno numerose, se gli insegnanti di sostegno potessero operare in modo diverso, con più ore a disposizione e senza dividersi tra alunni diversi con problematiche più o meno complesse, se venisse rispettato il limite di alunni nelle classi in cui viene inserito un compagno disabile.

L’ultimo caso balzato alle cronache è quello di cinque bambini bocciati in prima elementare in una scuola di Pontremoli (Massa Carrara). Alcuni genitori si erano rivolti al ministro Profumo il quale aveva inviato degli ispettori. Al termine dell’ispezione era stato ordinato al dirigente di far ripetere gli scrutini. Ma l’esito dei primi è stato confermato: i cinque bambini, tra cui uno disabile, dovranno ripetere la prima.

Dal canto suo, il dirigente Angelo Ferdani, dice di avere la coscienza a posto: “Sono stato io il primo a sollevare il problema del sovraffollamento delle classi ma nessuno mi ha autorizzato a creare una terza sezione di prima elementare”, ha spiegato pochi giorni fa. I genitori, che si sono costituiti nel comitato che conta circa 65 famiglie, rivelano che il dirigente già a febbraio aveva avvertito il Tar di avere cinque bambini da bocciare. La presidente del comitato osserva: “Dal punto di vista didattico ci sembrò una follia ma forse era solo un modo per risolvere il problema del sovraffollamento“. Più che risolvere io direi sollevare.

Allora mi chiedo: visto che nella maggior parte dei casi le classi-pollaio sono fuori legge (disattendono infatti la legge sulla sicurezza), perché il Tar non condanna il ministero, come dovrebbe, invece di limitarsi a dar ragione agli insegnanti, rei di aver bocciato dei bambini di sette anni?

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 2 LUGLIO 2012

LE MOTIVAZIONI DELLE BOCCIATURE

Non hanno raggiunto i requisiti minimi per la sufficienza, tra cui saper leggere, almeno in stampatello, e saper far di conto. Queste in sintesi le motivazioni che hanno portato alla conferma della bocciatura dei cinque alunni di prima elementare della scuola ‘Giulio Tifoni’ di Pontremoli dopo la ripetizione degli scrutini disposta dal Miur a seguito di un’ispezione ministeriale.

Nei giorni scorsi la scuola ha inviato i verbali dei nuovi scrutini all’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana. In questo modo la decisione presa dalla scuola è definitiva.

Il Miur, tuttavia, avrebbe manifestato l’intenzione di eseguire nei prossimi mesi ulteriori accertamenti sull’istituto. Sotto la lente d’ingrandimento del ministero potrebbero finire le modalità di conduzione dei corsi di recupero, che i bimbi bocciati hanno seguito senza successo.

Intanto, per il mese di settembre, l’Ufficio Scolastico Regionale organizzerà per tutti i docenti della Toscana corsi di formazione specifici, sui temi della valutazione e dell’accompagnamento dell’apprendimento dei bambini in situazioni di difficoltà.

Sul caso di Pontremoli Tuttoscuola ha già osservato che la normativa vigente consente, sia pure in casi eccezionali, di non ammettere alunni alla classe successiva. Quindi o si modifica la normativa eliminando del tutto la possibilità di far ripetere l’anno, superando la nozione di ‘requisiti minimi’, oppure le valutazioni dei docenti vanno accettate anche quando comportano la ripetizione dell’anno. Il resto è ipocrisia.

[FONTE TUTTOSCUOLA.COM]

PRIMA PROVA ESAME DI STATO 2012: LE TRACCE USCITE


A pochi minuti dall’inizio della prima prova scritta dell’Esame di Stato, per quasi 500mila studenti italiani, una notizia flash dà come argomenti usciti nelle tracce del “tema” d’italiano Montale, i giovani e la crisi economica, la scienza.

In tempi di crisi, l’invio dei testi delle prime due prove scritte (le uniche ministeriali in quanto la terza prova viene elaborata da ciascuna commissione) attraverso il plico telematico ha portato un risparmio di 240mila euro, a detta del ministro Profumo. Sempre sperando che il sistema non abbia procurato problemi alle scuole. Il codice alfanumerico per aprire i plichi è stato reso noto dal ministro in persona, che si trova a Shanghai, in diretta al Tg1. (FCM5L-YX86Z-ZICM6-95NLW-XXSU7)

Secondo altre indiscrezioni, la traccia sui giovani e la crisi prenderebbe spunto dalla famosa frase di Paul Nizan, «Avevo vent’anni… Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», tratta dal libro «Aden Arabia». È la frase cui si ispirò Fernando Di Leo per il film del 1978 «Avere vent’anni».

Il saggio breve (o articolo di giornale) nell’ambito tecnico-scientifico parte da una frase di Hans Jonas «Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica» e punta all’analisi del rapporto fra scienza e responsabilità con brani di Primo Levi, Leonardo Sciascia, Pietro Greco, Margherita Hack.

Sul sito studenti.it si informa che la poesia di Montale sarebbe Addii, fischi nel buio, cenni, tosse. Per quanto concerne la tipologia A (analisi del testo) il brano proposto è di Montale e si intitola «Ammazzare il tempo», tratto da «Auto da fè. Cronache in due tempi», un saggio del 1966 che raccoglie articoli di attualità culturale, di critica letteraria e musicale, di meditazione sui cambiamenti culturali e morali di portata internazionale come la cultura di massa, l’arte ridotta a industria, spettacolo o merce da consumare. Il testo è una dichiarata polemica contro gli aspetti involutivi della modernità, contro la «nuova barbarie» del consumismo.

Il tema storico dovrebbe riguardare il bene individuale e comune. La traccia del tema storico propone di descrivere lo sterminio degli ebrei programmato e realizzato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, partendo dall’esperienza di Hannah Arendt.

Secondo altre indiscrezioni ci sarebbe anche una traccia (tema di ordine generale) sulla morte del campione di motociclismo Simoncelli e della cantante Amy Winehouse. La presenza tra le tracce di un qualche riferimento alle morti di Simoncelli e Winehouse pare sia una bufala.

Il saggio breve di argomento Storico-Politico richiede la trattazione del «bene individuale e bene comune». Negli allegati, fra i brani ci sono testi di Tommaso D’Aquino e di Rousseau.

Nella traccia sui giovani e la crisi ci sarebbe anche una citazione tratta da Steve Jobs.

Mi permetto di osservare che, come al solito, studenti.it pubblica anche dei materiali utili per svolgere le tracce. Inutile ripetere che l’uso dei cellulari durante la prova è proibito (pena l’immediata espulsione degli allievi colti sul fatto). Non servirà a nulla ma mi riservo di pubblicare il link alla fine della prova. Almeno una parvenza di serietà da parte mia.

Per altre informazioni CLICCARE QUI e QUI.

QUI potete trovare tutte le tracce.

Questo è il link a studenti.it.

Ma quali sono state le tracce preferite? Ce lo rivela orizzontescuola.it:

E’ la traccia del saggio breve dell’ambito socio-economico il tema più gettonato dagli studenti che oggi hanno affrontato la prova di italiano dell’esame di Stato. Secondo i dati che emergono da un campione significativo di scuole (419) infatti la traccia dal titolo “I giovani e la crisi” è stata scelta dal 41,2% degli studenti.

Al secondo posto il tema di ordine generale “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”, svolto dal 21,9% dei candidati. Al terzo posto invece la traccia di ambito tecnico-scientifico “La responsabilità della scienza e della tecnologia” scelta dal 14,5% degli studenti.

A seguire l’analisi del testo dell’autore Eugenio Montale con il brano “Ammazzare il tempo” scelto dal 9,0%, mentre il tema storico sullo sterminio degli ebrei è stato svolto dal 4,7%.

Un risultato questo particolarmente rilevante dato che la media negli ultimi anni di coloro che sceglievano questo ambito si attestava attorno all’1%. Al sesto posto nelle preferenze dei ragazzi il tema di ambito artistico-letterario “Il labirinto” scelto dal 4,6% e infine il tema di ambito storico-politico “Bene individuale e bene comune” svolto dal 4,1% degli studenti.

Sia nei Licei, sia negli Istituti tecnici e professionali la traccia più gettonata è stata quella in ambito socio-economico passando da un massimo del 51,4% degli Istituti tecnici ad un minimo del 31,8% dei licei.

ESAME DI STATO 2012: SECONDA PROVA SCRITTA. TRACCE E SOLUZIONI

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