ORIGINE E SVILUPPO DELLA SCHIAVITÙ DALL’ETÀ CLASSICA AD OGGI

  1. LA SCHIAVITÙ NELL’ANTICA GRECIA

Già nel III secolo a.C. il filosofo greco Aristotele, nell’opera intitolata Politica (libro I), sosteneva la legittimità della schiavitù: alcuni uomini sono schiavi «per natura», per connotazioni fisiche o per appartenenza a una determinata etnia. In questo modo Aristotele forniva la giustificazione della schiavitù su base razziale e il suo parere sarebbe stato ancora citato fino all’Ottocento.

In Grecia la schiavitù fu in origine relativamente poco diffusa e gli schiavi erano di norma trattati, come risulta dai poemi omerici, con sufficiente equità e talvolta con familiarità (s. patriarcale). Il rapido sviluppo economico del VII e VI sec. a.C. portò a un notevole incremento del loro numero: il commercio degli schiavi fu particolarmente attivo in Stati commerciali come Corinto ed Egina.

Gli schiavi erano di norma individui comprati in regioni barbariche o considerate tali (Tracia, Scizia, Siria ecc.), o anche Greci caduti in schiavitù per prigionia di guerra, per debiti, per iniquo rapimento e successiva vendita, oppure per pene varie; schiavi erano inoltre i nati da due schiavi o da matrimoni ‘misti’ (tra liberi e schiavi) e i nati non riconosciuti dal padre. La schiavitù per debiti venne abolita ad Atene da Solone ma nelle famiglie povere, perlopiù contadine, nei periodi di carestia accadeva che i genitori vendessero i propri figli per poter sopravvivere.

Nelle case private gli schiavi erano numerosi, con mansioni ben caratterizzate. Il trattamento variava da luogo a luogo: molto duro nelle miniere e nello svolgimento dei lavori agricoli, migliore nelle città e presso i privati; talvolta il padrone affidava allo schiavo mansioni di fiducia (amministrazione dei beni, gestione di botteghe, commerci ecc.). Competevano allo schiavo il vitto, un alloggio in comune con altri schiavi, un modesto vestiario, talvolta anche un piccolo guadagno; inoltre, se si trattava di uno schiavo domestico egli poteva partecipare ai sacra della famiglia. Lo schiavo veniva di solito affrancato quando lui stesso, se le condizioni del lavoro gli permettevano di economizzare parte del reddito, o altri pagava il riscatto. Era frequente la manomissione per atto di liberalità del padrone.

A volte lo Stato stesso liberava gli schiavi con una specie di “amnistia”, soprattutto dopo che essi avevano prestato il servizio militare nell’esercito. La liberazione era considerata una ricompensa per l’attività svolta. Gli schiavi liberati non acquistavano, tuttavia, i diritti che spettavano ai cittadini ed erano equiparati ai meteci (gli stranieri), non potendo possedere terre e case di proprietà ma essendo in grado di mantenersi con il proprio lavoro.

  1. LA SCHIAVITÙ NELL’ANTICA ROMA

Presso gli antichi Romani la schiavitù era molto diffusa anche se difficilmente un civis Romanus rischiava di perdere la libertà.  A Roma, in genere, gli schiavi provenivano dal bottino di guerra o da acquisto sui mercati (celebre quello di Delo). Sono caratteristiche della società romana la specializzazione degli schiavi, in gran numero addetti a funzioni culturali (bibliotecari, amanuensi, stenografi, lettori, maestri, segretari), e l’appartenenza alla condizione servile di persone che esercitavano elevate professioni (ingegneri, medici, chirurghi, professori). Numeroso il personale di servizio nella casa urbana (familia urbana), e meglio trattato che non in campagna (familia rustica).

Gli schiavi vivevano negli ergastula, edifici piccoli, malsani, a volte sotterranei, adiacenti all’edificio principale della proprietà. Ricordiamo l’esempio della Villa dei Volusii, sita nelle vicinanze di Roma, dove adiacente alla parte signorile della villa, troviamo una serie di cubicula, piccoli ambienti attorno ad un vasto peristillo, dove vivevano gli schiavi addetti alla proprietà.

La differenza più evidente con il mondo greco si rileva nella potestà del padrone sullo schiavo, che era piena e assoluta e corrispondeva all’autorità illimitata che il pater familias poteva esercitare su tutte le persone che erano sotto la sua manus: moglie, figli, servi. Quest’autorità assoluta con il tempo venne mitigandosi sia per un incivilimento dei costumi sia per influsso delle pratiche greche, per cui allo schiavo maltrattato fu concesso, come avveniva in Grecia, di fuggire in un tempio e ottenere di essere assegnato ad altro padrone.

Il ruolo degli schiavi è fondamentale nel De agricultura di Catone il Censore (234-149 a.C), la prima opera di prosa latina pervenutaci intera e che contiene una serie di indicazioni relative al funzionamento di un’azienda agricola e alla cura del personale e degli animali. Catone si dimostra estremamente rigido nei confronti dei servi, ai quali deve essere fornito un nutrimento decisamente limitato e un abbigliamento ridotto al minimo.

[56] Familiae cibaria. Qui opus facient: per hiemem tritici modios IIII, per aestatem modios IIII S; vilico, vilicae, epistatae, opilioni: modios III; compeditis: per hiemem panis p. IIII, ubi vineam fodere coeperint panis p. V, usque adeo dum ficos esse coeperint; deinde ad p. IIII redito.
Cibo per gli schiavi. Per chi lavora nei campi: d’inverno quattro moggi di frumento (34,5 kg), d’estate quattro moggi e mezzo (39 kg); per il fattore, la fattoressa, il guardiano e il pecoraio tre moggi (26 kg); per gli schiavi legati: d’inverno quattro libbre (1,2 kg) di pane; quando incominceranno a sarchiare la vigna cinque libbre (1,5 kg) finché incominceranno a maturare i fichi: allora tornerai a quattro libbre.

 

[58] Pulmentarium familiae. Oleae caducae quam plurimum condito; postea oleas tempestivas, unde minimum olei fieri poterit, eas condito: parcito uti quam diutissime durent. […]
Per il condimento degli schiavi si abbia cura di conservare le olive cadute dall’albero e quelle raccolte che rendono poco olio. Si badi bene di farle durare a lungo.

 

[59] Vestimenta familiae. Tunicam p. III S, saga alternis annis. Quotiens cuique tunicam aut sagum dabis, prius veterem accipito, unde centones fiant. Sculponias bonas alternis annis dare oportet.
Per il vestiario della servitù, sarà sufficiente una tunica lunga tre piedi e mezzo e un mantello ad anni alterni. Ogni volta che darai a ciascuno la tunica e il mantello, prenderai prima quello vecchio per farne dei centoni. Conviene dare buoni zoccoli ad anni alterni. (De agricultura, 56-59)

 

Tra i consigli che Catone rivolge al pater familias c’è anche quello di liberarsi del superfluo… compresi gli schiavi vecchi e malati:

Auctionem uti faciat: vendat oleum, si pretium habeat; vinum, frumentum quod supersit, vendat; boves vetulos, armenta delicula, oves deliculas, lanam, pelles, plostrum vetus, ferramenta vetera, servum senem, servum morbosum, et si quid aliud supersit, vendat. (De agricultura, 2)
Faccia vendite all’asta: venda l’olio, se va a buon prezzo, e venda il vino, il frumento in sovrappiù, i buoi vecchi, gli armenti malandati e le pecore in cattivo stato, la lana, le pelli, il plaustro vecchio, le vecchie ferraglie, lo schiavi anziano, lo schiavo malato, e tutto quello che c’è di superfluo lo venda.

Non vi è quindi alcun riguardo per l’essere umano che viene considerato esclusivamente come bene economico, deperibile ma facilmente sostituibile: per esempio l’autore consiglia di ridurre il cibo agli schiavi ammalati, perché, non potendo lavorare, assorbono delle risorse preziose.

Con il passare del tempo la situazione non migliora. Lo schiavo era, come dice nel De re rustica, I 17, 1 Marco Terenzio Varrone (116 a.C. – 27 a.C.) un instrumenti genus vocale, “un tipo di strumento dotato di voce”.

Lo schiavo liberato era detto liberto. Egli godeva dei diritti dei cittadini ma non poteva dedicarsi all’attività politica. L’atto della liberazione veniva detta manumissio e poteva avvenire in modi diversi:

  1. Manumissio per testamento: un padrone, morendo, disponeva nel proprio testamento, di liberare uno schiavo.
  2. Manumissio per censo: nel corso di un censimento effettuato normalmente ogni cinque anni dai censori, questi ultimi iscrivevano nel registro dei cittadini liberi (il Census), su dichiarazione del padrone, il nome di uno schiavo che da quel momento diventava libero.
  3. Manumissio vindicta: era la più importante. Il padrone conduceva lo schiavo di fronte ad un Praetor, dichiarando la propria volontà di affrancare il servo. Il pretore toccava il capo di quest’ultimo, con un bastone chiamato ‘vindicta’ e pronunciava le formule di rito. Dopo il pretore, era un Littore (una particolare figura civile, al servizio di un magistrato), che a sua volta batteva la spalla del servo con la ‘vindicta’ e pronunciava altre formule rituali. Durante il rito della Manumissio, il padrone donava allo schiavo un particolare berretto, detto Pileus; si trattava di un berretto frigio, (dal nome della regione dell’Asia Minore da cui proveniva tale copricapo) con la punta rivolta in avanti che, proprio dall’uso che se ne faceva nell’antica Roma, assunse nei secoli successivi il valore simbolico di libertà.

Nel I secolo a.C. la riflessione sulla schiavitù viene riproposta da Cicerone, che nella sua opera filosofica Paradoxa Stoicorum (V, 35), riprendendo le tesi stoiche illustrate da Crisippo, afferma che solo il sapiente è libero mentre lo stolto è schiavo.

Nella realtà storica Cicerone fu un padrone umano, come dimostra, per esempio, il sincero affetto che lo lega al suo liberto e collaboratore Tirone, espresso in varie lettere delle Ad familiares (13, 14, 15), inviategli nel 53 a.C.

Tutto il sedicesimo libro delle Epistulae ad familiares è occupato dal carteggio con Tirone, prima schiavo e poi liberto di Cicerone, ma soprattutto suo segretario e amico. Tirone era evidentemente uomo di rispettabile formazione culturale, giacché l’arpinate spesso si è valso del suo giudizio, come apprendiamo da lui stesso, che in Fam. 16, 17 gli dice “tu sei la norma dei miei scritti”. Tirone raccolse le lettere del suo padrone e ne pubblicò una parte; si ricordano le sue notae Tironianae, segni stenografici che potevano essere utili per raccogliere appunti da uno che componeva oralmente un testo, sia un discorso improvvisato in pubblico, sia una lettera da fissare rapidamente. La simpatia e le premure di Cicerone nei confronti di Tirone sono espresse efficacemente nello scritto che segue.

TULLIUS TIRONI S.

Aegypta ad me venit prid. Id. Apr. Is, etsi mihi nuntiavit te plane febri carere et belle habere, tamen, quod negavit te potuisse ad me scribere, curam mi attulit, et eo magis quod Hermja, quem eodem die venire oportuerat, non venerat. Incredibili sum sollicitudine de tua valetudine; qua si me liberaris, ego te omni cura liberabo. Plura scriberem si iam putarem libenter te legere posse. Ingenium tuum, quod ego maximi facio, confer ad te mihi tibique conservandum. Cura te etiam atque etiam diligenter. Vale.

Scripta iam epistula Hermja venit. Accepi tuam epistulam, vacillantibus litterulis, nec mirum tam gravi morbo. Ego ad te Aegyptam misi, quod nec inhumanus est et te visus est mihi diligere, ut is tecum esset, et cum eo cocum quo uterĕre. Vale.

TULLIO A TIRONE

Venne da me Egitta il giorno prima delle Idi di aprile (12 aprile). Egli, anche se mi annunciò che eri quasi sfebbrato e che stavi bene, tuttavia, poiché mi disse che non mi avevi potuto scrivere, mi procurò una certa preoccupazione e a maggior ragione dal momento che Ermia, il quale avrebbe dovuto venire, non si era fatto vedere. Sono terribilmente in ansia per la tua salute; se mi libererai da essa, io mi libererò da ogni preoccupazione. Ti scriverei qualcosa di più se pensassi che tu possa leggere volentieri. Serviti della tua intelligenza, di cui io ho la massima stima, per mantenerti in salute, per me e per te stesso. A maggior ragione preservati diligentemente. Stai bene.

Dopo che la lettera era stata scritta, arrivò Egitta. Ho ricevuto la tua lettera, dai caratteri vacillanti, cosa non strana considerando la grave malattia che ti affligge. Ho mandato da te Egitta poiché è una persona sensibile e mi sembra che tu l’apprezzi, affinché ti assista e con lui ti ho mandato anche un cuoco di cui tu ti possa servire. Stai bene.

 

Nell’ epistola riportata si nota quanto Cicerone sia preoccupato per le condizioni di salute di Tirone che era febbricitante. In un’altra missiva gli rende noto che non ha intenzione di badare a spese, inviandogli anche un medico di fiducia, purché possa guarire.

In età augustea ritroviamo lo schiavo come protagonista letterario in Orazio, che nei Sermones propone un personaggio servile dalla lingua sciolta e pungente, non molto dissimile dal servus delle commedie plautine. In Sermones II, 7 Davo, schiavo del poeta, approfitta della libertà di parola concessa agli schiavi durante i Saturnali per rimproverare al padrone i suoi vizi, facendogli notare che, a causa della sua irrequietezza e delle sue debolezze, non è sostanzialmente differente da lui. Questo rovesciamento sociale, favorito dalla parentesi “carnevalesca” dei Saturnali, offre a Orazio lo spunto non per discutere sull’istituzione della schiavitù, ma per denunciare la sostanziale uguaglianza degli uomini di fronte ai vizi e alle passioni che li dominano.

Sotto Tiberio, lo storico Valerio Massimo, in Factorum et dictorum memorabilium libri novem, riporta come prova della sostanziale uguaglianza in natura di padrone e servo un episodio significativo (VI, 8, 1), in cui un servo dà prova di estremo coraggio sopportando la tortura pur di non danneggiare il proprio padrone Marco Antonio.

Maggiore umanità si riscontra nelle parole di Columella (4-70 d.C) nel De agri cultura. Egli, infatti, ritiene  necessario procurare agli schiavi il giusto vestiario, affinché possano lavorare con ogni condizione climatica; è inoltre opportuno sorvegliarli continuamente, in modo tale che svolgano al meglio le proprie mansioni e, stanchi, desiderino riposarsi piuttosto che abbandonarsi ai piaceri.

Sempre nel I secolo d.C. il filosofo Seneca affronta in vari passi delle sue opere il tema della schiavitù, in modo sensibilmente nuovo. In De beneficiis III, 18-20 egli, trattando il tema dell’ingratitudine, sostiene che ci si deve astenere dal rimproverare gli ingrati, in quanto è il loro stesso atteggiamento a punirli. Ciò deve valere anche nei confronti degli schiavi, verso i quali i padroni devono dimostrare la loro gratitudine. L’elemento che entra in gioco, secondo i dettami della scuola stoica, è la libertà interiore di qualsiasi uomo, che non può essere annullata anche se il corpo è soggetto all’altrui potestà. L’atteggiamento filantropico di Seneca diviene molto chiaro nell’Epistula 47 ad Lucilium, dove il problema della schiavitù e del rapporto schiavo-padrone è dibattuto in modo ampio.

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

[1] Libenter ex iis qui a te veniunt cognovi familiariter te cum servis tuis vivere: hoc prudentiam tuam, hoc eruditionem decet. ‘Servi sunt.’ Immo homines. ‘Servi sunt.’ Immo contubernales. ‘Servi sunt.’ Immo humiles amici. ‘Servi sunt.’ Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae. [2] Itaque rideo istos qui turpe existimant cum servo suo cenare: quare, nisi quia superbissima consuetudo cenanti domino stantium servorum turbam circumdedit? Est ille plus quam capit, et ingenti aviditate onerat distentum ventrem ac desuetum iam ventris officio, ut maiore operā omnia egerat quam ingessit. [3] At infelicibus servis movere labra ne in hoc quidem ut loquantur, licet; virgā murmur omne compescitur, et ne fortuita quidem verberibus excepta sunt, tussis, sternumenta, singultus; magno malo ullā voce interpellatum silentium luitur; nocte totā ieiuni mutique perstant. [4] Sic fit ut isti de domino loquantur quibus coram domino loqui non licet. At illi quibus non tantum coram dominis sed cum ipsis erat sermo, quorum os non consuebatur, parati erant pro domino porrigere cervicem, periculum imminens in caput suum avertere; in conviviis loquebantur, sed in tormentis tacebant. [5] Deinde eiusdem arrogantiae proverbium iactatur, totidem hostes esse quot servos: non habemus illos hostes sed facimus.  […] [10] Vis tu cogitare istum quem servum tuum vocas ex isdem seminibus ortum eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori! tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum. Varianā clade multos splendidissime natos, senatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit: alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit. Contemne nunc eius fortunae hominem in quam transire dum contemnis potes. [11] Nolo in ingentem me locum immittere et de usu servorum disputare, in quos superbissimi, crudelissimi, contumeliosissimi sumus. Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas quemadmodum tecum superiorem velis vivere. Quotiens in mentem venerit quantum tibi in servum tuum liceat, veniat in mentem tantundem in te domino tuo licere. [12] ‘At ego’ inquis ‘nullum habeo dominum.’ Bona aetas est: forsitan habebis. Nescis quā aetate Hecuba servire coeperit, quā Croesus, quā Darei mater, quā Platon, quā Diogenes? [13] Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte et in consilium et in convictum. […]

[16] Non est, mi Lucili, quod amicum tantum in foro et in curiā quaeras: si diligenter attenderis, et domi invenies. Saepe bona materia cessat sine artifice: tempta et experire. Quemadmodum stultus est qui equum empturus non ipsum inspicit sed stratum eius ac frenos, sic stultissimus est qui hominem aut ex veste aut ex condicione, quae vestis modo nobis circumdata est, aestimat. [17]‘Servus est.’ Sed fortasse liber animo. ‘Servus est.’ Hoc illi nocebit? Ostende quis non sit: alius libidini servit, alius avaritiae, alius ambitioni, omnes spei, omnes timori. […]

[19] Rectissime ergo facere te iudico quod timeri a servis tuis non vis, quod verborum castigatione uteris: verberibus muta admonentur. Non quidquid nos offendit et laedit; sed ad rabiem cogunt pervenire deliciae, ut quidquid non ex voluntate respondit iram evocet. [20] Regum nobis induimus animos; nam illi quoque obliti et suarum virium et imbecillitatis alienae sic excandescunt, sic saeviunt, quasi iniuriam acceperint, a cuius rei periculo illos fortunae suae magnitudo tutissimos praestat. Nec hoc ignorant, sed occasionem nocendi captant querendo; acceperunt iniuriam ut facerent. [21]Diutius te morari nolo; non est enim tibi exhortatione opus. Hoc habent inter cetera boni mores: placent sibi, permanent. Levis est malitia, saepe mutatur, non in melius sed in aliud. Vale.

[1] Ho sentito con piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua istruzione. “Sono schiavi.” No, sono uomini. “Sono schiavi”. No, vivono nella tua stessa casa. “Sono schiavi”. No, umili amici. “Sono schiavi.” No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. [2] Perciò rido di chi giudica disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non perché è una consuetudine dettata dalla piú grande superbia che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in piedi? Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disavvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo. [3] Ma a quegli schiavi infelici non è permesso neppure muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio è represso col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori casuali, la tosse, gli starnuti, il singhiozzo: interrompere il silenzio con una parola si sconta a caro prezzo; devono stare tutta la notte in piedi digiuni e zitti. [4] Così accade che costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura. [5] Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto della medesima arroganza: “Tanti nemici, quanti schiavi”: loro non ci sono nemici, ce li rendiamo tali noi. […]

[10] Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l’uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu. [11] Non voglio cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul trattamento degli schiavi: verso di loro siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. [12] “Ma io”, ribatti, “non ho padrone.” Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? [13] Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui. […]

[16] Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice: prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo dall’abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta addosso come un vestito. [17] “È uno schiavo.” Ma forse è libero nell’animo. “È uno schiavo.” E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c’è chi è schiavo della lussuria, chi dell’avidità, chi dell’ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura.  […]

[19] Secondo me, perciò tu fai benissimo a non volere che i tuoi servi ti temano e a correggerli solo con le parole: con la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce, ci danneggia; ma l’abitudine al piacere induce all’ira: tutto quello che non è come desideriamo, provoca la nostra collera. [20] Ci comportiamo come i sovrani: anche loro, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e infieriscono, come se fossero stati offesi, mentre l’eccezionalità della loro sorte li mette completamente al sicuro dal pericolo di una simile evenienza. Lo sanno bene, ma, lamentandosi, cercano l’occasione per fare del male; dicono di essere stati oltraggiati per poter oltraggiare. [21] Non voglio trattenerti più a lungo; non hai bisogno di esortazioni. La rettitudine ha, tra gli altri, questo vantaggio: piace a se stessa ed è salda. La malvagità è incostante e cambia spesso, e non in meglio, ma in direzione diversa. Stammi bene. (Seneca, epistola 47, passim. Trad. di C. Barone)

 

È interessante notare che il filosofo non condanna la schiavitù come istituzione in sé, anzi, non nega la sua utilità, ma biasima la schiavitù che porta alcuni uomini a considerarsi “speciali” a scapito di altri e l’atteggiamento di vari signori che disprezzano anche solo la presenza degli schiavi nella sala da pranzo, perché ritenuti ”inferiori”, ”sporchi”, ”indegni”.

Seneca, quindi, mette sotto accusa i padroni che, insuperbiti dalla loro stessa posizione, maltrattano gli schiavi, dimenticando che la libertà non è un dono perenne e, come la storia insegna, a tutti può capitare nella vita di cadere in schiavitù.

Non è legittimo né logico, secondo il filosofo, che uomini e donne vengano considerati inferiori o indegni per il solo fatto di non avere i mezzi per poter schiavizzare a loro volta qualcuno. Alla fine è l’uomo che stabilisce chi è degno e chi indegno, chi è giusto e chi è ingiusto, con le leggi che ha creato e che pretende siano rispettate. L’uomo stesso ha istituito la schiavitù con l’arroganza di poter creare una netta linea divisoria tra lui e lo schiavo che lo ha viziato per timore di prendere le bastonate o per paura di morire. Ma per il Seneca quello che conta è l’uomo, libero o schiavo che sia. Anche gli schiavi sono esseri umani e non c’è ragione alcuna per maltrattarli perché essi sanno dimostrarsi fedeli amici se trattati bene, altrimenti, pur avendo la bocca cucita ai banchetti, tradiranno il loro iniquo padrone appena si presenterà l’occasione.

Una visione diversa della schiavitù si impone con la diffusione del Cristianesimo. La studiosa di Storia antica Marta Sordi, in un’intervista apparsa sulla rivista on line Vita.it, ha sottolineato molte affinità tra il pensiero del filosofo pagano Seneca e quello di San Paolo (Paolo di Tarso, 5-10 d.C. – 64-67).

Rivolgendosi agli abitanti della Galazia, Paolo riuscì a definire il messaggio per certi versi rivoluzionario, con cui la Chiesa si presentò al mondo pagano: «Quanti, infatti, in Cristo siete stati battezzati, avete rivestito Cristo: e non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna.» (Gal. 3, 27).

Viene riaffermata, dunque, la dignità di ogni essere umano nell’appartenenza a Cristo al di là di ogni divisione etnica e sociale. Lo stoicismo romano, con il pensiero di Seneca, in un certo senso anticipa questo concetto di uguaglianza di fronte a Cristo. A questo riguardo, osserva Marta Sordi nell’intervista citata: «Innanzitutto bisogna dire che San Paolo, e anche il resto del Nuovo Testamento, non contestano la schiavitù dal punto di vista giuridico; la considerano un dato di fatto. Ciò su cui il Cristianesimo insiste è l’uguaglianza dello schiavo e del libero di fronte a Dio. In numerose lettere sia Pietro che Paolo raccomandano agli schiavi l’obbedienza, non predicano la rivolta. Ai padroni, invece, raccomandano umanità e responsabilità nei confronti di questi “fratelli”. Da questo punto di vista è illuminante la lettera di San Paolo a Filemone. Paolo accoglie presso di sé Onesimo, schiavo fuggito di Filemone, membro importante della Chiesa di Colosso. Egli decide di rimandarlo al padrone, conformandosi al diritto romano e non a quello ebraico, ma raccomandando nello stesso tempo a Filemone di accogliere Onesimo non più come uno schiavo ma come fratello nel Signore.»

Cosa unisce, dunque, il pensiero di Seneca e quello di San Paolo? «Seneca ragiona su un piano più laico –osserva Sordi –  e, per di più, la visione da cui parte è più pessimista: liberi e schiavi sono uguali perché sono tutti sotto il dominio della Fortuna. Per Paolo invece c’è una nuova dignità, che è di ogni uomo, e che nasce dal fatto religioso; tutti sono servi di Cristo.

Pur considerando questa sfumatura, “troviamo” Seneca in San Paolo quando dice ai Colossesi “Padroni, date il giusto. Voi servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con il cuore semplice e nel timore del Signore. […] Voi padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto e equo, sapendo che anche voi avete un padrone nei cieli.”».

  1. LA SCHIAVITÙ NELL’ETÀ TARDO ANTICA E MEDIEVALE

Nel pensiero giuridico dell’età tardoantica, fissato nel Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, la schiavitù viene definita una constitutio iuris gentium («istituto del diritto delle genti»), poiché, per quanto concerne il diritto naturale, tutti gli uomini sono uguali (Institutiones I, 3, 2; Digesta I, 5, 4). Viene perciò ribadito il fatto che lo schiavo differisce dall’uomo libero non per natura, ma per volontà della sorte.

Anche nel Medioevo la coscienza religiosa proibiva che si riducessero in schiavitù i prigionieri di guerra, ma a patto che prima della cattura essi fossero già di fede cattolica. Nei primi secoli dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, esistevano nelle grandi proprietà gruppi di schiavi dipendenti dal signore o dal suo fattore, riuniti per lo più in abitazioni comuni e da lui forniti di vesti e di vitto. Questi schiavi discendevano in parte dai servi romani privi del beneficio della manomissione, in parte da persone ridotte in schiavitù nel periodo delle invasioni. La maggior parte, tuttavia, proveniva da acquisti sul mercato.

Nell’età comunale il fenomeno sopravvisse in prevalenza per i servizi domestici e quelli di guardia del corpo dei nobili; per questi due scopi il commercio degli schiavi raggiunse nel XIII sec. una nuova e considerevole fioritura. Inoltre, in conseguenza delle invasioni mongoliche, si moltiplicò il numero dei prigionieri di guerra o dei fuggiaschi caduti in mano ai Turchi, che li portavano sui mercati del Mar Nero e li vendevano ai mercanti occidentali.

In seguito alle esplorazioni e conquiste in Africa, i portoghesi acquistarono direttamente e trasportarono via mare gli schiavi sudanesi, che costituirono il principale oggetto delle loro esportazioni dall’Africa, facendo così di Lisbona il maggior mercato di schiavi d’Europa.

 

  1. LA SCOPERTA DELL’AMERICA E LA NASCITA DELLA TRATTA DEGLI SCHIAVI

La scoperta di Cristoforo Colombo (1492) segna convenzionalmente inizio dell’età moderna e con essa lo sfruttamento di uomini e donne da parte delle Colonie che si vengono a formare nel Nuovo Continente. In un primo momento vennero ridotti in schiavitù gli Amerindi ma nell’arco di qualche decennio alcune leggi proibirono lo sfruttamento delle popolazioni indigene (Carlo I di Spagna, 1542-43).

Ebbe così inizio la cosiddetta “tratta degli schiavi” provenienti dall’Africa per essere sfruttati principalmente nelle piantagioni di cotone, caffè, canna da zucchero, tabacco. Gli europei, in particolare spagnoli e portoghesi, all’inizio, e in seguito inglesi e francesi che intensificarono i traffici nel XVIII secolo, gestirono la tratta aiutati dagli stessi africani che spesso catturavano e vendevano altri africani. Il numero di schiavi che alla fine del secolo si trovava nel continente americano (3 milioni circa) non rappresentava che una piccola parte del numero di quelli che in 300 anni erano stati strappati al loro paese d’origine: la mortalità, infatti, fu tra essi altissima, sia durante il trasporto sia nelle piantagioni.

Olivier Pétré-Grenouilleau, nel suo saggio La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale, edito da Il Mulino, osserva: “l’abolizionismo non è soltanto la prefigurazione dell’attuale ideologia dell’intervento umanitario, con la sua etica dell’urgenza e la sua propensione all’ingerenza negli affari degli stati sovrani, ma di questa ideologia costituisce la prima autentica manifestazione, oltre ad essere una tappa chiave della progressiva affermazione dei diritti universali dell’uomo.”  Lo storico francese costruisce un quadro che incrocia la storia delle idee con quella economica e sociale, contrapponendo teorie e paradigmi interpretativi di un fenomeno colossale.

La svolta si ebbe con la diffusione dell’Illuminismo quando la condizione degli schiavi cominciò ad attirare l’attenzione e le critiche dei ceti più colti. Paradossalmente, gli stessi principi che contribuirono a creare il fenomeno schiavista, ovvero la nascita dei principi nazionali e all’interno di questi il concetto di uomini liberi in seno alla comunità politica, successivamente condusse alla stessa abolizione della schiavitù.

Il movimento fondatore dell’abolizionismo, inteso come obiettivo politico, risale al 1787 per opera di Granville Sharp e Thomas Clarkson, i quali riunirono a Clapham dodici amici formando il Comitato per l’abolizione della tratta. Il gruppo fu successivamente definito come la setta di Clapham o i santi di Clapham.

La propaganda abolizionistica in Inghilterra ottenne, dopo ripetuti tentativi, il primo successo legislativo con il bill del 1807 che proibì la tratta marittima. L’Inghilterra fu seguita dagli USA (1807), dai Paesi Bassi (1814), dalla Svezia (1815) e dalla Francia (1815); dagli Stati dell’America centrale e meridionale (eccetto il Brasile che cederà solo nel 1883), nel momento in cui acquistarono l’indipendenza; in seguito dal Portogallo (1830).  Rimaneva soltanto il continente africano, dove la schiavitù era considerata come un fenomeno endemico. Non è infatti un caso che all’interno del mondo africano il concetto di abolizionismo e la lotta per la fine della tratta non si siano quasi mai sviluppati e nei casi in cui ciò è avvenuto, si è trattato esclusivamente di una forma di risposta alle sollecitazioni culturali e ideali provenienti dall’Europa. La controprova di ciò è che mentre nello spazio coloniale nord americano e caraibico, amministrato direttamente dalle potenze europee, la tratta cessò verso la metà del XIX secolo, solo a partire dal 1870 essa iniziò ad essere contrastata nell’impero ottomano, mentre in Asia e in Africa fu soprattutto l’influenza coloniale a far nascere una coscienza sul problema, a partire dal 1870 circa.

 

  1. LA SCHIAVITÙ NELLA LETTERATURA E NEL CINEMA

Il primo atto d’accusa pubblico contro la schiavitù in epoca moderna si può far risalire al 1673, quando il quacchero Baxter definì come crimine contro l’umanità la caccia agli schiavi. Nel 1719 fu pubblicato il romanzo di Daniel Defoe Robinson Crusoe (titolo completo: The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe) in cui la figura di Venerdì non è più quella di uno schiavo bensì quella di un abile e affidabile aiutante del protagonista. Il romanzo di Defoe assieme al racconto di Moses Bom Sam, pubblicato su diversi periodici inglesi nel 1735, furono alla base di una presa di coscienza della disumanità del fenomeno dello schiavismo, contribuendo ad avviare quel processo di umanizzazione dell’uomo di colore che costituisce la base cognitiva e sociale per il riconoscimento dei diritti universali.

Un testo fondamentale sull’argomento è il romanzo La capanna dello zio Tom, scritto dall’attivista e abolizionista di ispirazione cristiana Harriet Beecher-Stowe, la cui importanza nella causa fu riconosciuta dal presidente Lincoln in persona. Sembra infatti che, incontrandola, le abbia detto: “così è lei la piccola signora che ha scatenato questa grande guerra?”. Il primo adattamento cinematografico di questo libro è del 1903, seguito da molti altri che però non hanno lasciato traccia nella storia del cinema.

Per quanto riguarda le pellicole cinematografiche sull’argomento, spicca il personaggio della Mami di Via col vento, interpretata da Hattie McDaniel (premiata, per questo ruolo, con l’Oscar come attrice non protagonista nel 1941), schiava e fedele governante di Rossella O’Hara (interpretata dall’attrice Vivien Leigh). Dietro l’apparente scontrosità della Mami, che non lesina rimproveri e facce scure alla capricciosa padrona, si cela un cuore d’oro e una profonda devozione che rappresentano la trasformazione del rapporto schiavo-padrone già idealizzata nell’età antica.

Negli anni Settanta la televisione riporta in auge il tema dello schiavismo con la popolare miniserie Radici, tratta dall’omonimo best-seller di Alex Haley, in cui lo scrittore racconta la storia della sua famiglia materna, partendo da Kunta Kinte, catturato in Gambia nel 1767 e venduto come schiavo.

Il grande schermo, tuttavia, non raccoglie l’invito all’impegno, eccezion fatta per la pellicola Mandingo di Richard Fleischer del 1975. Il film, basato sull’omonimo romanzo scritto da Kyle Onstott nel 1957 e sulla pièce teatrale di Jack Kirkland, fu accolto con critiche opposte e da alcuni definito «l’esatto rovescio di La capanna dello zio Tom».

Dobbiamo attendere il 2013 per vedere riproposta sul grande schermo, negli USA, la tragedia della schiavitù. 12 anni schiavo, tratto dall’autobiografia di Solomon Northup edita nel 1853, è una pellicola diretta da Steve McQueen, vincitore del Premio Oscar come miglior film nel 2014. Narra la storia di un talentuoso violinista di colore che vive libero nella cittadina di Saratoga Springs (nello Stato di New York) con la moglie Anne e i figli Margaret e Alonzo. Nel 1841, prima della guerra di Secessione, ingannato da due falsi agenti di spettacolo, si reca con questi a Washington, dove viene drogato, imprigionato, frustato e privato dei documenti che certificano la sua libertà. Successivamente viene portato in Louisiana, dove rimarrà in schiavitù fino al 1853, cambiando per tre volte padrone e lavorando principalmente nella piantagione di cotone del perfido schiavista Edwin Epps. Tra la crudeltà di Epps e inaspettati quanto rari atti di bontà, Solomon lotta non solo per sopravvivere, ma anche per conservare la propria dignità.

 

  1. LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DEL FANCIULLO E LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

La Dichiarazione dei diritti del fanciullo è un documento redatto a Ginevra il 23 febbraio 1923 dalla Società delle Nazioni in seguito alle conseguenze che la prima guerra mondiale produsse in particolare sui bambini. Successivamente, con l’istituzione dell’ONU, la dichiarazione venne approvata il 20 novembre 1959 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e revisionata nel 1989 con l’aggiunta della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Questo documento non è vincolante per i singoli Stati quindi non ha valore giuridico ma impegna solo da un punto di vista morale.

La Dichiarazione universale dei diritti umani è un documento sui diritti della persona adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi con la risoluzione 217A.

Votarono a favore 48 membri su 58. Nessun paese si dichiarò contrario, ma otto si astennero e due non votarono. Questo documento doveva essere applicato in tutti gli Stati membri e alcuni esperti di diritto hanno sostenuto che questa dichiarazione sia divenuta vincolante come parte del diritto internazionale consuetudinario venendo continuamente citata da oltre 50 anni in tutti i paesi.

La Dichiarazione può essere suddivisa in 7 argomenti:

  • Il preambolo enuncia le cause storiche e sociali che hanno portato alla necessità della stesura della Dichiarazione;
  • gli articoli 1-2 stabiliscono i concetti basilari di libertà ed eguaglianza;
  • gli articoli 3-11 stabiliscono altri diritti individuali;
  • gli articoli 12-17 stabiliscono i diritti dell’individuo nei confronti della comunità;
  • gli articoli 18-21 sanciscono le libertà fondamentali (libertà di pensiero, di opinione, di fede religiosa e di coscienza, di parola e di associazione pacifica);
  • gli articoli 22-27 sanciscono i diritti economici, sociali e culturali;
  • i conclusivi articoli 28-30 definiscono aspetti generali ed ambiti in cui non possono essere applicati, in particolare che non possano essere usati contro i principi ispiratori della dichiarazione stessa.

Il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani recita: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.» L’articolo 4 ribadisce la condanna di ogni forma di schiavitù: «Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma».

Eppure nell’età contemporanea si parla continuamente di diritti violati, specialmente per ciò che riguarda la libertà degli individui e la cosiddetta “fratellanza”. Tutti sanno che ci sono molti Stati extraeuropei, specialmente nel Medio Oriente e in Africa, che non rispettano dei principi che dovrebbero essere sacri e inviolabili in ogni parte del mondo.

Secondo l’Anti-Slavery International, gli schiavi del terzo millennio sono ben 27 milioni. Gli uomini sono destinati al mercato del lavoro forzato; le donne sono costrette a prostituirsi oppure sono sfruttate come schiave domestiche all’interno delle case di persone insospettabili. I bambini, gli esseri umani più indifesi, sono sfruttati in molti modi diversi. In Italia soprattutto con la pratica dei bambini argati (dal macedone “proprio suo”) che riguarda i minori provenienti dalla ex- Jugoslavia e dai Paesi vicini. Questi, venduti dai genitori, diventano di proprietà di un estraneo che li “addestra” a commettere reati, come furti e borseggi, non essendo perseguibili per legge i minori di 14 anni. Inoltre i bambini sono “usati” nell’accattonaggio, nel traffico degli stupefacenti, nel traffico d’organi e le bambine sono costrette alla mutilazione genitale, con metodi cruenti e pericolosi, rischiando la vita (anche in Italia tra gli immigrati i casi sono molto diffusi). Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, i bambini sono rapiti e obbligati a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi dai loro superiori, drogati per poter sopportare le esperienze traumatiche che sono costretti a vivere. Queste forme di schiavitù sono sempre state molto difficili da dimostrare nei processi, perché il concetto di schiavitù è rimasto troppo impreciso e generico per molto tempo.

In Italia, grazie alla riforma degli articoli del Codice penale sui reati di riduzione in schiavitù (articoli 600, 601, 602) introdotta dalla Legge 11 Agosto 2003, n. 228, questo concetto è stato precisato. Oggi dunque include anche la costrizione a prestazioni lavorative e sessuali, l’accattonaggio e altre forme di sfruttamento. La pena prevista va da otto a vent’anni di reclusione (e non più da cinque a quindici). C’è, dunque, una maggior tutela per le vittime.

Anche in altre parti del mondo la schiavitù costituisce una realtà a volte ignorata. In Argentina sarebbero almeno 500 mila le persone ridotte in schiavitù, per sesso o lavoro. In Gran Bretagna invece si calcola ci siano circa 18 mila vittime del commercio sessuale, tra donne e bambine. Negli Stati Uniti si stima che annualmente le vittime del traffico di esseri umani siano tra 14500 e 17500. E in particolare le vittime sono donne, tra cui anche minorenni. E tutto ciò a dispetto della Dichiarazione dei diritti del Fanciullo.

Solo per fare un esempio, spostiamoci in Asia, precisamente in Nepal, una regione molto povera in cui per molti bambini e bambine è praticamente impossibile passare un’infanzia e un’adolescenza spensierate. Molte famiglie indigenti vengono ingannate da gente senza scrupoli e convinte a mandare le proprie figlie a lavorare. Purtroppo, però, questa gente mette in atto una vera e propria tratta di esseri umani: con la promessa di portare le figlie in India per farle lavorare nell’industria tessile, costringono in realtà ragazze e bambine, anche di soli 8-9 anni, a prostituirsi nei bordelli.

L’associazione “Maiti Nepal” – che significa “casa della madre” o “casa natale” – fondata da Anuradha Koirala ha finora salvato decine di migliaia di ragazze. Fa opera di prevenzione, sorvegliando il confine tra India e Nepal, collaborando con la polizia locale, e fornisce case-protette e servizi di accoglienza e sostegno alle vittime.

Non solo: Anuradha va di villaggio in villaggio e mette in guardia gli abitanti dalle insidie che si nascondono dietro false promesse di lavoro per le ragazze, riuscendo a liberare 4 donne ogni giorno. “Le nostre ragazze sono le migliori guardie di frontiera tra Nepal e India. – spiega la donna – Riconoscono subito quando una ragazza è stata o sta per diventare vittima di sfruttamento sessuale. Io non devo spiegare nulla. Loro conoscono l’orrore dei bordelli e sono lì per salvare altre donne”.

Molte delle ragazze che vengono salvate sono, però, spaventate, psicologicamente distrutte e spesso malate di HIV/AIDS o affette da altre gravi malattie. Talvolta sono incinte oppure hanno bambini piccoli. A Katmandu vengono accolte nella Maiti Nepal che diventa la loro casa. Un nido sicuro nel quale trovano tutto il sostegno di cui hanno bisogno: “Cerchiamo di dare a tutte loro il lavoro e l’istruzione che preferiscono, – spiega Anuradha – perché quando si realizzano i propri sogni, si riesce a dimenticare persino che si è sieropositivi o che si è stati sfruttati”.

 

  1. IL NEOCOLONIALISMO E LA NUOVA FORMA DI SCHIAVITÙ

Il termine Neocolonialismo è stato coniato in aperta polemica con l’attività di grandi imprese multinazionali che, sfruttando i paesi più poveri attraverso la logica del profitto personale, hanno di fatto imposto un modello simile a quello del vecchio Colonialismo, in modo legale e senza ridurre formalmente in schiavitù i lavoratori.

Si tratta, dunque, di una presunta nuova situazione di dominio esercitata dagli Stati europei sui propri ex territori coloniali, a pochi anni di distanza dai processi che portarono questi Paesi a conquistare l’indipendenza. In sostanza, si può considerare un tipo di colonialismo “informale”, al contrario di quello “formale” che l’aveva preceduta.

Lo stato coloniale prima, e modi e tempi della decolonizzazione, poi, predisposero le strutture istituzionali e politiche che caratterizzano i nuovi Stati indipendenti. Nel contesto economico del sistema mondiale post-bellico, gli Stati europei capirono che la dominazione politica non era più conveniente e che, invece, era molto più proficuo gettare le basi di solidi legami economici e finanziari, nello stesso momento in cui si procedeva al trasferimento dei poteri di governo alle élites locali e quindi a negoziare l’indipendenza.

Un esempio tipico è costituito dalla Gran Bretagna, le cui condizioni economiche alla fine della seconda guerra mondiale erano decisamente precarie. Le strutture commerciali e finanziarie che essa sviluppò con le sue colonie nel dopoguerra furono finalizzate a sanare il suo indebitamento con “l’area del dollaro”. Quelle stesse strutture costituirono poi la base per i rapporti economici e politici tra le ex colonie resesi indipendenti e la madrepatria.

Il termine Neocolonialismo fece la sua comparsa in letteratura negli anni ’50 per definire le forme di dipendenza sociale, politica, culturale, ma soprattutto economica che gli ex stati coloniali riuscirono ad esercitare sui propri ex possedimenti territoriali in Asia e soprattutto in Africa. Così, ad esempio, si disse che il Portogallo non partecipò all’ondata di decolonizzazioni degli anni ’50 e ’60 per il motivo che non “era in grado di neocolonizzare”, non aveva cioè il potenziale economico per esercitare un tale legame dominante con i suoi territori “d’oltremare”. A dare forma e diffusione alla nozione di Neocolonialismo fu innanzitutto K. Nkrumah (1909-1972), leader indipendentista e poi primo presidente del Ghana. Egli, dopo aver guidato all’indipendenza il suo Paese, intese il neocolonialismo come forma di dominio del capitale e degli interessi stranieri per mezzo di élites e di interessi interni. Nel 1965 scrisse Neo-Colonialism, The Last Stage of Imperialism, riecheggiando consapevolmente la teoria dell’imperialismo di Lenin.

Al termine Neocolonialismo è associata la parola “globalizzazione”, diffusa a partire dagli anni Ottanta del Novecento, con cui si intende un processo tramite il quale la popolazione mondiale si sta legando sempre più in un’unica società. In quest’ottica, il dominio politico viene sostituito da quello economico: il dominio del mercato capitalistico internazionale – di stampo occidentale – su Paesi produttori di materie prime, privi di strutture industriali integrate, dipendenti finanziariamente e tecnologicamente, governati da classi politiche pesantemente condizionate dalla struttura della dipendenza economica.

Secondo l’economista Roberto Bisogno, nel continente africano si sta estendendo il fenomeno del “land grabbing”, cioè “dell’accaparramento di terreni, miniere, risorse energetiche, spesso tramite accordi segreti stipulati tra acquirenti e autorità di governo locali”. In quest’ambito pare che la Cina sia protagonista incontrastata. Ben 800 mila cinesi vivono e lavorano in Africa, avendo acquistato oltre 2 milioni di ettari di terreni e detenendo ormai il monopolio del rame in Zambia, controllando anche il commercio di petrolio in Sudan e Angola, e del legname in Mozambico.

Ciò facilmente porta a considerare le scarse possibilità di sviluppo autonomo di molti Paesi africani situati sul continente più ricco di risorse minerarie che, “se fossero completamente sfruttate, sarebbero in grado di liberare molti paesi dalla miseria e dal sottosviluppo”, come spiega Bisogno. Tuttavia “la proprietà dei maggiori e più redditizi giacimenti è in prevalenza controllata da società straniere”. Basti pensare che il continente detiene l’80% della produzione mondiale di diamanti, il 70% di cobalto, il 50% di oro.

C’è forse un modo per ovviare a questo problema: diffondere quanto più possibile la cultura e l’istruzione per evitare che almeno i giovani cadano in questa trappola. Già nel 2011, CNN e CNN International lanciarono la campagna mediatica “The CNN Freedom project” con lo slogan: “Ending modern-day slavery”, allo scopo di dare voce agli sfruttati, ai senza nome, ai “dannati”, per dirla con le parole di Frantz Fanon, lo psichiatra francese di origine martinicana che, tra il 1951 e il 1961, fu attivo sulla scena intellettuale e politica dell’Occidente, allora alle prese con la ribellione delle proprie colonie. L’opera più conosciuta di Fanon, I dannati della terra, fu concepita come un manifesto per la lotta anticoloniale e l’emancipazione del “Terzo Mondo”. Da qui prende spunto il progetto Freedom che si pone i seguenti obiettivi:

Since 2011 CNN has been shining a light on modern-day slavery.

Traveling the world to unravel the tangle of criminal enterprises trading in human life.

Amplifying the voices of survivors.

Holding governments and businesses accountable.

Slavery is not a thing of the past.

No, la schiavitù non è proprio una questione del passato.

 

  1. VARIE FORME DI VIOLAZIONE DEI DIRITTI OGGI

Nel 2015 Amnesty International ha documentato gravi violazioni dei diritti economici, sociali, politici e civili in molti paesi. Ecco un elenco, affatto esaustivo, di esempi di attacchi a livello nazionale ai diritti umani e alle istituzioni che dovrebbero proteggerli:

1) Angola: uso delle leggi sulla diffamazione e sulla sicurezza per intimidire, arrestare e imprigionare persone che avevano espresso pacificamente le loro opinioni; mancato rispetto delle raccomandazioni delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani.

2) Arabia Saudita: brutale repressione contro chi aveva osato chiedere riforme o criticare le autorità; crimini di guerra nella campagna di bombardamenti in Yemen; ostacolo all’istituzione di una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui crimini commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto dello Yemen.

3) Burundi: sistematiche uccisioni e uso massiccio di altre tattiche violente da parte delle forze di sicurezza; tentativo di sopprimere la comunità dei diritti umani.

4) Cina: aumento della repressione contro i difensori dei diritti umani; adozione di leggi indiscriminate in nome della sicurezza nazionale.

5) Egitto: migliaia di arresti, anche nei confronti di chi aveva espresso critiche in modo pacifico, nell’ambito della repressione in nome della sicurezza nazionale; prolungata detenzione di centinaia di persone, senza accusa né processo; centinaia di condanne a morte.

6) Gambia: torture, sparizioni forzate, criminalizzazione delle persone Lgbti; totale rifiuto di cooperare con le Nazioni Unite e con gli organismi regionali per i diritti umani su questioni come la libertà d’espressione, le sparizioni forzate e la pena di morte.

7) Israele: mantenimento del blocco militare nei confronti di Gaza e conseguente punizione collettiva ai danni di 1,8 milioni di abitanti; mancato rispetto, così come da parte della Palestina, della richiesta delle Nazioni Unite di condurre serie indagini sui crimini di guerra commessi nel conflitto di Gaza del 2014.

8) Kenya: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e discriminazione contro i rifugiati nel contesto delle operazioni anti-terrorismo; tentativo di indebolire il Tribunale penale internazionale e la sua capacità di perseguire la giustizia.

9) Messico: grave situazione dei diritti umani, tra cui 27.000 sparizioni; dura reazione alle critiche delle Nazioni Unite sul massiccio uso della tortura, quasi completamente impunito nonostante l’aumento delle denunce.

10) Pakistan: risposta gravemente lesiva dei diritti umani all’orribile massacro della scuola di Peshawar della fine del 2014; uso incessante della pena di morte; sorveglianza e chiusura degli uffici delle Ong internazionali considerate `contro gli interessi´ del paese.

11) Regno Unito: continuo uso della sorveglianza di massa in nome della lotta al terrorismo; passi indietro costituiti dal proposito di evitare lo scrutinio della Corte europea dei diritti umani.

12) Russia: uso repressivo di leggi sulla sicurezza nazionale e contro l’estremismo dai contenuti vaghi; azione coordinata per ridurre al silenzio la società civile; vergognoso rifiuto di riconoscere le vittime civili degli attacchi in Siria e mosse spietate per fermare l’azione del Consiglio di sicurezza sulla Siria.

13) Siria: uccisione di migliaia di civili in attacchi diretti e indiscriminati contro i civili mediante barili-bomba e altri armamenti nonché con l’uso della tortura in carcere; lunghi assedi contro le aree civili, blocco degli aiuti internazionali alle popolazioni alla fame.

14) Slovacchia: diffusa discriminazione contro i rom, nonostante anni di campagne da parte di gruppi nazionali ed europei che alla fine hanno spinto la Commissione europea ad avviare una procedura d’infrazione contro il paese.

15) Stati Uniti d’America: centro di detenzione di Guantanamo – esempio delle gravi conseguenze della “guerra al terrore” – ancora aperto; assenza di procedimenti giudiziari nei confronti degli autori di torture e sparizioni forzate.

16) Thailandia; arresto di persone che avevano espresso critiche in modo pacifiche tra cui attori, utenti di Facebook e autori di graffiti; rifiuto da parte del governo militare delle richieste internazionali di non limitare i diritti umani e non ridurre al silenzio il dissenso in nome della sicurezza.

17) Ungheria: chiusura dei confini di fronte a migliaia di rifugiati in condizioni disperate; ostacolo al tentativi regionali di aiutarli.

 

  1. LA LIBERTÀ NON È UN DONO

«Io so che le sue intenzioni sono buone. Ma quello che lei vuole regalarmi, io ce l’ho già. Lei vuole regalarmi il diritto di essere un uomo. Quello è un diritto che io avevo già quando sono nato. Può impedirmi di viverlo, quel diritto, se lei è il più forte, ma non potrà mai regalarmi ciò che già mi appartiene».

Questa citazione, pronunciata da Kofi Annan, Segretario dell’ONU, in occasione del cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo si riferisce ad un discorso fatto da un uomo nato schiavo ad un antropologo che voleva “regalargli” la libertà, più di un secolo fa.

La libertà non è un dono, è un diritto.

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Fonti:
www.storiaromanaebizantina.it; www.treccani.it; unblogdiclasse.blogspot.com; www.visitcapena.it; online.scuola.zanichelli.it; focusletterario.wordpress.com; www.vita.it; ilmiolibro.kataweb.it; win.storiain.net; it.wikipedia.org; ilmiolibro.kataweb.it; it.wikipedia.org; www.mosaicodipace.it; www.sferapubblica.it; www.albesteiner.net; it.wikipedia.org; www.affaritaliani.it; www.ilsole24ore.com; www.buonenotizie.it

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