MA DAVVERO GLI STUDENTI ITALIANI FANNO TROPPI COMPITI?

diritto allo studioRecentemente sono usciti i risultati di un’indagine svolta dall’Ocse sui compiti a casa, dalla quale i nostri studenti sono risultati i più sgobboni, con le loro 9 ore di media di studio domestico, di conseguenza i più tartassati dai docenti. Ma davvero i quindicenni italiani – tale, infatti, è la fascia d’età presa in considerazione dall’Ocse – hanno troppi compiti da svolgere a casa?

Chiariamo subito che, come ho già avuto modo di dire altrove (LINK), le attività domestiche andrebbero calibrate in base alle reali necessità degli studenti senza essere abolite del tutto, specialmente quando i diretti interessati sono i ragazzi che frequentano le scuole superiori. I compiti a casa, infatti, hanno lo scopo di consolidare i contenuti appresi e di sviluppare le competenze attraverso attività di vario tipo: un’analisi del testo, una relazione di laboratorio, degli esercizi di matematica o fisica o chimica, una traduzione o un’esercitazione in cui vengano applicate le regole apprese durante la lezione mattutina. Di tutto questo c’è bisogno, ma i compiti a casa non devono sostituire il lavoro dell’insegnante. Quindi, non bisognerebbe assegnare come attività domestica lo studio autonomo di un capitolo di storia oppure di un autore di letteratura. Casomai va benissimo proporre una schematizzazione oppure una mappa concettuale in cui fissare i contenuti appresi, al fine di consolidare il metodo di studio.

Detto questo, i risultati dell’indagine Ocse, seppur meritevoli d’attenzione, non tengono conto del “tempo scuola” cui sono abituati i nostri studenti . Vale la pena ricordare che in Italia gli adolescenti iscritti alle scuole secondarie di II grado soggiornano nelle aule scolastiche per 1000 ore di media ad anno scolastico, contro la media europea attestata attorno alle 700 ore. Questo perché i nostri curricoli sono più “corposi” e soprattutto obbligatori, mentre in molti paesi europei solo una parte del curricolo è prestabilito, lasciando gli studenti liberi di scegliere come integrarlo. Non è difficile da comprendere, dunque, che il maggior carico di lavoro cui sono sottoposti gli studenti italiani – in teoria, in pratica molto spesso i compiti vengono svolti male se non addirittura copiati – dipende dal numero delle ore e delle discipline scolastiche presenti nel loro piano di studi.

C’è un’altra considerazione da fare: quando si parla di “compiti” non si può pensare ai soli esercizi da svolgere per rafforzare le competenze ma si deve far riferimento allo “studio” in senso lato. Anche dal punto di vista linguistico spesso si intende la parola come sinonimo di “dovere” – è compito tuo – quando invece la si dovrebbe interpretare seguendo l’etimologia che ci riporta al verbo latino completare (più esattamente complitare, che ha la stessa radice di compleo, “completare, portare a termine” ) ad indicare un’attività di “completamento”, appunto, rispetto al lavoro fatto a scuola.
Purtroppo i nostri studenti, specie quelli più grandi, sono convinti che i compiti siano assegnati per sfizio personale dell’insegnante e che li debbano svolgere, poco importa se male o bene, per farlo contento. Se a questa convinzione aggiungiamo il deleterio utilizzo di internet e il proliferare di siti cui attingere per svolgere agevolmente – diciamo pure copiare – i compiti assegnati, comprendiamo bene che questa attività serve a poco. Studiare, invece, è un’operazione che impegna lo studente in prima persona e soprattutto significa, sempre stando all’etimologia, impegno.

Alla luce di tutte queste considerazioni ben si comprende che le 9 ore di media sono adeguate al tipo di lavoro che lo studente deve svolgere. Certamente non è condivisibile l’opinione espressa dal ministro del MIUR Stefania Giannini che ha criticato “l’insana abitudine” di assegnare compiti a casa riconducendola ad una didattica frontale la quale, a suo dire, va superata. Ma che c’entra la didattica frontale, mi domando. Se, ad esempio, porto i ragazzi al cinema e poi chiedo, come attività domestica, di produrre una scheda d’analisi del film visto, non ho fatto didattica frontale. Se dopo una visita d’istruzione assegno una relazione sull’esperienza, il “compito” non è in relazione alla didattica frontale. Se un collega di Fisica richiede la stesura della relazione su un esperimento eseguito in laboratorio, la sua didattica è tutt’altro che frontale, visto che soggetti attivi sono i ragazzi stessi, pur seguendo le sue istruzioni.

Il ministro Giannini, inoltre, prospetta la fine dei compiti a casa grazie all’organico funzionale. In sintesi: dato che il ministero deve assumere almeno 150 precari – glielo chiede l’Europa, naturalmente, altrimenti se ne guarderebbe bene – e dato che con il riordino degli istituti di istruzione secondaria di II grado molte cattedre sono state tagliate, quindi non ci sarebbe bisogno di tutte queste assunzioni, qualcosa da far fare ai neoimmessi in ruolo bisogna pur trovarla. Ecco che la scuola potrebbe venire incontro ai ragazzi in difficoltà con delle lezioni supplementari, svolte di pomeriggio e gratuitamente dal surplus di personale docente, all’interno dello stesso istituto scolastico. La parola magica di questo governo è stata fin da subito “scuola aperta”. Apriti scuola al posto di Apriti Sesamo, insomma, peccato non ci sia alcun tesoro da scoprire. Bisognerebbe, poi, chiedere agli studenti quanto siano felici di barattare i compiti a casa con un maggior numero di ore da trascorrere a scuola

Secondo alcuni il progetto del ministro potrebbe servire ad abbattere quelle “disparità socio-economiche” che renderebbero, a detta dell’Ocse, l’assegnazione dei compiti a casa poco democratica. Personalmente non concordo con l’Ocse perché, per esperienza diretta, almeno per ciò che riguarda i quindicenni, posso affermare che spesso proprio i ragazzi meno avvantaggiati sono più bravi, hanno maggior senso del dovere, vogliono farcela e si applicano nello studio anche senza controlli da parte dei genitori, costretti a lasciarli soli a casa nel pomeriggio. I “figli di papà”, invece, trovano mille scuse per non fare i compiti, sono meno motivati e sanno che, nella peggiore delle ipotesi, possono contare sulla disponibilità dei genitori ad inscriverli in una scuola privata dove ottenere, senza troppa fatica, il sospirato diploma.
Ovviamente queste sono considerazioni generali perché i casi singoli possono essere molto diversi.

Rimanendo in tema, prima dell’inizio delle vacanze natalizie, giocando d’anticipo una dirigente ha “consigliato” ai docenti di non infierire, lasciando liberi i ragazzi di passare la pausa natalizia senza farli sentire ostaggio dei compiti. Ida Iannelli , a capo dell’istituto comprensivo “Salvemini” di Taranto, ha infatti pubblicato una circolare che recitava: “In occasione delle festività natalizie […] rivolgo l’invito di non assegnare compiti al fine di far trascorrere anche agli alunni e alle famiglie un periodo di tranquillità”.(LINK).

Non mi resta che rivolgere agli studenti e alle famiglie una domanda: le vacanze sono state davvero “un periodo di tranquillità”? In attesa, beninteso, di una ripresa delle lezioni piuttosto intensa, dato che nella maggior parte delle scuole il primo quadrimestre sta per concludersi.

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 20 gennaio 2015, in compiti per le vacanze, famiglia, MIUR, scuola, studenti con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Completamente d’accordo, cara collega. Noto, sempre di più, e con mio grande dispiacere, non solo che tutti vestono facilmente il ruolo di “professori sulla scuola”, senza conoscere i veri bisogni degli studenti (non tocchiamo il tasto “docenti”); ma, soprattutto, che si cerca in ogni modo di semplificare, alleggerire e a volte anche banalizzare l’apprendimento, il dovere, lo studio (e qui vorrei sottolineare l’etimologia cui facevi riferimento). Poi ci lamentiamo se i ragazzi diventano “bamboccioni”, se non vogliono fare la gavetta, se non sono abituati all’impegno (non parlo di “sacrificio”, perché è un termine che mi piace poco accostare alla scuola). Ma se non glielo insegniamo noi, dove devono apprenderlo?
    Serena

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    • Cara Serena,
      innanzitutto benvenuta! Hai ragione: tutti pensano di poter dire la loro sulla scuola, soltanto perché tutti l’hanno frequentata e hanno figli e/o nipoti che la frequentano. Tutti pronti a sparare a zero e criticare, senza sapere quanto impegno sia necessario da parte nostra per colmare le lacune in campo educativo. E come sempre capita, chi delega (parlo delle famiglie nei confronti della scuola) è ben pronto a manifestare contrarietà e mai riconoscenza.

      A presto e buon lavoro.

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  2. DOMENICO Cifarelli

    Sono d’accordo sui giudizi (positivi e negativi)espressi sulla scuola, ma l’idea che mi tormenta da sempre è quella che i nostri governanti vogliono che la gente sia ignorante per schiavizzarla facilmente.

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