I NOSTRI RAGAZZI: DA NATIVI DIGITALI A DEMENTI DIGITALI?

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Gli ultimi ministri dell’Istruzione, da Francesco Profumo a Maria Chiara Carrozza, hanno manifestato l’intenzione di digitalizzare la scuola, partendo proprio dalle aree che sembrano le cenerentole nel campo educativo: le scuole del sud.
Recentemente sono stati stanziati 15 milioni di euro per installare il WIFI in più di 1500 istituti nella nostra penisole. Il registro elettronico stenta a decollare ma pare che entro il prossimo anno scolastico ci si debba adeguare.

Per quanto riguarda i libri di testo, attualmente i docenti sono obbligati ad adottare i manuali misti. Una parte cartacea con l’espansione digitale che comprende vari tipi di materiali integrativi e di approfondimento, da utilizzare anche sulle LIM. Queste ultime, tuttavia, non sembrano aver sostituito le vecchie lavagne di ardesia con il gessetto, se non una minima parte e spesso le scuole sono costrette, volendo stare al passo con i tempi, ad arrivare a dei compromessi con le case editrici che “regalano” le lavagne multimediali se in cambio si acquistano i loro programmi.

Insomma, i nostri ragazzi sono dei nativi digitali e la scuola deve venire incontro alle loro esigenze.
Non tutti sono d’accordo, però.

Recentemente è uscito un libro scritto dallo psichiatra Manfred Spitzer che si dichiara contrario all’uso di tablet e altri sussidi informatici nelle scuole. Nel suo Demenza digitale (Corbaccio, pp. 342, euro 19,90) Spitzer fa una vera e propria denuncia: l’uso eccessivo di smartphone e computer interagisce negativamente con il cervello e porterebbe a dei danni seri a livello intellettivo: per il neuropsichiatra, infatti, questi frutti dell’avanzamento tecnologico riducono le nostre facoltà mentali e andrebbero tassati, come le sigarette.

Stando ai dati da cui parte Spitzer per arrivare alla sua pessimistica conclusione, l’allarmismo pare essere giustificato. Negli Stati Uniti i bambini e gli adolescenti di età compresa fra gli 8 e i 18 anni passano ormai in media 7,5 ore davanti a uno schermo, sia esso del cellulare, del tablet o del pc. In Italia la situazione non è più confortante: secondo l’11° rapporto Censis sulla comunicazione, il 12,5% dei giovani tra i 14 e i 29 anni usa i media digitali per più di 6 ore al giorno e un altro 15% si attesta fra le 3 e le 6 ore.

«Usare continuamente computer o smartphone – spiega Spitzer – ostacola lo sviluppo o il mantenimento di capacità come la memoria, l’autocontrollo, la concentrazione, la socialità, che possono rafforzarsi solo interagendo con il mondo reale. E non si dica che i media digitali aiutano l’apprendimento: molti studi dimostrano che l’introduzione a scuola di computer, tablet o lavagne elettroniche non porta a un miglioramento nelle competenze degli studenti. L’idea poi di utilizzare i media digitali anche per l’educazione e l’intrattenimento di bambini in età prescolare può sfociare in un disastro: a quell’età lo sviluppo cerebrale passa attraverso la manualità, i giochi collettivi, l’attività fisica, il canto e il disegno».

Queste osservazioni piuttosto catastrofiche sono derivate allo studioso da un’esperienza personale. Nel libro spiega: «Ero a San Francisco per lavoro, e mi spostavo per la città in auto, usando un navigatore satellitare. Un giorno mi fu rubato, ma, visto che avevo fatto quei percorsi diverse volte, ero sicuro di potermi orientare da solo. Invece mi persi, e solo allora mi resi conto che, affidandomi al gps, avevo compromesso la capacità del cervello di prendere nota dei punti di riferimento, come avrebbe fatto se avessi usato una cartina».

Pensate, forse, che il termine “demenza digitale” l’abbia coniato Spitzer? Niente affatto. Dal 2007 in Corea del Sud viene utilizzato per definire i casi estremi di dipendenza da internet, un disturbo che, a vari gradi di gravità, riguarda il 12 per cento degli studenti.
Il paese asiatico è in testa alle classifiche mondiali per quanto riguarda l’istruzione. È convinzione diffusa che buona parte della forte ripresa economica della Corea del Sud si debba alla solidità e all’efficienza del suo sistema educativo, che porta quasi tutti i suoi giovani al diploma di istruzione secondaria (97%) e due terzi degli under 30 alla laurea e ad altri titoli di istruzione superiore.

Se dobbiamo dar retta a Spitzer, questi giovani sud coreani arrivano alla laurea del tutto rincitrulliti?
Può darsi che l’adattamento del sistema educativo alle nuove tecnologie abbia un prezzo da pagare. Dobbiamo solo capire se sia meglio avere dei giovani più in gamba dal punto di vista tecnologico ma dementi anzitempo, oppure dei ragazzi intelligenti che hanno pochi stimoli e quindi sono meno competitivi rispetto ai coetanei di altre parti del mondo.

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Informazioni su marisamoles

Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 19 febbraio 2014, in giovani d'oggi, libri, Maria Chiara Carrozza, nuove tecnologie, scuola, studenti, web con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti.

  1. Non ho un’idea in proposito, ci dovrò riflettere. Io e mia figlia davanti al pc ci siamo decisamente rincitrullite, se questo può essere un indice… 😉

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  2. Penso che il computer sia solo uno strumento valido, ma non l’unico, che non possa e non debba sostituire libri, giornali e altre fonti di apprendimento, e che si debba anche limitarne il tempo d’uso

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    • Come per tutte le cose in medio stat virtus. Un uso appropriato, senza esagerazioni va bene. Ma, specie per i più piccoli, bisognerebbe evitare una dipendenza dagli strumenti informatici, perché alla fine è quella che si viene a creare ed è parecchio pericolosa.

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