IO, UNA PROF CONTRARIA A LEGGINS E BERMUDA

leggings

Questo è il mio terzo articolo pubblicato sul Blog “Scuola di Vita” del Corriere.it. Tratta un argomento che è tornato alla ribalta recentemente e sul quale ho già scritto dei post negli ultimi anni: l’abbigliamento non consono all’ambiente scolastico, dettato dalla moda, che a volte incontra l’ostilità non solo dei docenti ma anche degli stessi capi d’istituto.
Io, nemica acerrima di leggins – se portati con maglie corte – e bermuda, mi chiedo se non sarebbe meglio tornare alla divisa, seppur in una versione moderna. Ad esempio, un paio di jeans, da scegliere liberamente nel guardaroba di casa, purché lunghi, ovviamente, e una felpa oppure una t-shirt, a seconda delle stagioni, con il logo della scuola. Sarebbe anche un modo per ritrovare un’identità con quel mondo con cui i giovani d’oggi sembrano in perenne conflitto (ma è tutta apparenza!). E anche un’occasione per evitare lo sfoggio di firme.
Come sempre, riporto una parte dell’articolo, invitandovi a continuare la lettura sul sito del Corriere.it

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L’ultimo episodio è accaduto all’Istituto Alberghiero «Marco Polo» di Genova: una ragazzina si presenta in classe con i leggins – in verità più simili a dei collant che ai leggins veri e propri – portati con una maglia corta e la professoressa le mette una nota. Scoppia il caso sul web, ma non è il primo.

Nel novembre 2012 all’Istituto superiore Isis Flora di Pordenone era accaduto un fatto analogo. Frequentato per l’80% da ragazze, il nuovo dress-code dell’istituto aveva stabilito che indossare i leggins (evoluzione dei pantacollant degli anni Ottanta) fosse sconveniente, in aula e anche in palestra. Troppo provocanti e sexy se indossati con maglie corte che lasciano scoperto il lato B delle fanciulle. Se proprio non si è disposte a rinunciarvi, molto meglio portarli con maglioni lunghi che coprano fondoschiena e gambe.

L’illecito, però, almeno in quella occasione aveva un suo perché: il mese prima, infatti, il Consiglio d’Istituto aveva approvato uno speciale regolamento in fatto di abbigliamento che così recitava:

«È vietato indossare ciabatte, minigonne, canottiere, pantaloncini corti e pantaloni-jeans a vita bassa che lascino scoperto l’abbigliamento intimo o parti del corpo».Oltre ai leggins, naturalmente.

In un’altra occasione sul banco degli imputati erano finiti i tanto amati bermuda ai quali i giovanotti d’oggi sembrano non voler rinunciare. Nell’aprile 2012 all’Isis Malignani di Cervignano il preside, Aldo Durì, giocando d’anticipo, aveva messo al bando i pantaloni corti, giudicati troppo sconvenienti per essere ammessi nelle aule scolastiche . Così aveva giustificato la decisione presa: «Con l’arrivo della primavera e del bel tempo ritengo opportuno ricordare agli allievi (e non solo) il dovere di indossare un abbigliamento decoroso, decente e sobrio. Il mio invito non è mosso dalla pretesa di limitare la libertà individuale, ma dalla volontà di esigere che i vestiti indossati da studenti e personale siano consoni alla dignità del luogo
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[immagine dal sito linkato; logo blog “Scuola di Vita” © Corriere.it]

Informazioni su marisamoles

Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 16 febbraio 2014, in docenti, giovani d'oggi, scuola, studenti con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 8 commenti.

  1. A scuola, infatti, non si va per la sfilata di moda.
    Alle elementari, nella scuola che frequentavo io, bisognava mettere la divisa. Secondo me bisognerebbe mettere la divisa anche alle superiori, si eviterebbero un sacco di problemi.

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    • E’ quel che penso anch’io ma in alcuni commenti sul Blog “Scuola di Vita” mi hanno dato della talebana. 😦

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      • Beh, la divisa è un segno di “ordine”, non di omologazione e censura. La moda si può benissimo sfoggiare fuori dalla scuola e dal luogo di lavoro. A parte che, parliamoci chiaro, eviterebbe soprattutto alle ragazze il grosso problema del “che mi metto oggi?”. Divisa e via.
        Pensa che quando ero piccola, un giorno c’era molto caldo e invece di farmi mettere i pantaloni blu scuro lunghi (della divisa primaverile), mia madre mi fece mettere dei pantaloncini più corti. Fui rimproverata, e fecero bene. Vabbè che andavo dalle suore, però fu una cosa giusta.

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  2. E che dire di quei terribili pantaloni a vita ultrabassa che mostrano in tutta la sua meraviglia il deretano e tutta la gamma di fantasiose mutande che sfoggiano? Io dico sempre ai miei alunni che sembrano babbuini, perchè, come questi animali, vanno in giro con il fondoschiena scoperto.

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    • Ricordo che durante un compito di latino un ragazzo, anni fa, era rimasto praticamente ipnotizzato fissando quasi per tutte le due ore il perizoma che sbucava dai jeans della compagna davanti. Inutile dire che il compito era andato malissimo. 😦

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  3. Ai miei tempi portavamo tutte il grembiule nero: stavamo comode, non si vedevano eventuali macchie e a scuola non c’era una gara di “eleganza”.L’adozione di una divisa toglierebbe tanti problemi. E’ una delle poche proposte giuste della Gelmini!

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    • Io il grembiule nero l’ho portato fino alla terza media. Al liceo, però, l’abbigliamento era serio, nonostante fossero gli anni delle minigonne nessuna si azzardava a metterla a scuola, la domenica in discoteca sì. E nessuna si presentava a lezione truccata. Ora, non dico che ci si debba vestire da suore, ma, come ho ripetuto spesso, un minimo di buon gusto e buon senso ci vuole. L’educazione inizia in famiglia, forse quelli che difendono la libertà di vestirsi come si vuole non l’hanno ricevuta.
      Proprio oggi il Messaggero Veneto ha pubblicato il Codice di comportamento appena uscito per i dipendenti comunali di Udine. Fra le altre cose si parla dell’abbigliamento:

      Il Codice di comportamento invita i dipendenti comunali a indossare abiti consoni al luogo di lavoro quindi mette al bando bermuda, scollature da sballo, gonne troppo corte o camicie troppo aperte. (LINK)

      Vogliamo dargli la libertà a scuola per poi farli “castigare” sul luogo di lavoro?

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