USCIRE DA SCUOLA CON IL SORRISO

take-a-smile
Mi capita sempre più di rado. Di uscire da scuola con il sorriso, dico.
Mi chiedo di chi sia la colpa: mia oppure degli allievi o magari della scuola, di quello che è diventata.

Leggo una lettera molto bella, un’e-mail che ci ha inviato una collega. Un invito a riflettere sul nostro ruolo di insegnanti in una società che cambia con una velocità vertiginosa, a interrogarci sulla nostra didattica così lontana da quelle che sono, forse, le richieste degli adolescenti di oggi, così diversi da come eravamo noi ma anche dai loro coetanei di 10-20 anni fa.

Ma torniamo a noi. A noi docenti, intendo. Nella lettera la collega fa un velato riferimento a quella difficoltà di comunicazione che è diventata una realtà dei nostri tempi. Il tempo è poco, ci si incontra nei corridoi, i più fortunati riescono a bere un caffè assieme, approfittando di un’ora “buca” in comune. Ma a parte il tempo, forse è piuttosto l’apatia che ci ha portati così lontano gli uni dagli altri.

Ad un certo punto la collega ci esorta a prendere atto della situazione in cui ci troviamo (non noi in particolare ma la classe docente in generale), prendendo le mosse da quello che la scuola è diventata e che ci fa diventare (entrare in una sala insegnanti non è un’esperienza molto entusiasmante).

Io in sala insegnanti ci sto poco. Entro al mattino (sempre che non abbia lezione in succursale), saluto con un generico “buongiorno”, qualcuno risponde con un sorriso, qualcun altro con uno sguardo veloce che altrettanto velocemente se ne torna sulle pagine del quotidiano che ha davanti, altri fanno una specie di grugnito, dettato forse da un risveglio non del tutto completato. Qualcuno non risponde nemmeno. Mi sento trasparente.

Arrivata in aula non è che le cose cambino. Prima di ottenere il silenzio devo sostare davanti alla cattedra in piedi finché si accorgono che sono entrata. Mi arrabbio perché non sanno stare in piedi aspettando il permesso di sedersi. E’ il loro saluto, ho spiegato più volte. Io entro e dico “buongiorno”, loro si alzano perché se dovessero dire “buongiorno” in 25 verrebbe fuori un baccano che non si può sentire. Eppure c’è chi si alza e si risiede senza neppure attendere che gli altri si alzino. C’è chi fa salotto e stenta a realizzare che io sto aspettando che tutti siano pronti per la lezione. C’è chi fa “sssshhhh” per zittire gli irriducibili. Ecco, forse sono tutti pronti per incominciare. Oppure no. A me par tanto di trovarmi di fronte ad una ola da stadio: pretendere che se ne stiano in piedi tutti allo stesso tempo è un’impresa impossibile.
Naturalmente non è così in tutte le classi, ma quasi. E non parliamo di quelle in cui per caso, di tanto in tanto, giusto se una mia classe è impegnata altrove e non sta bene che me ne stia sfaccendata per un’ora, vado a fare supplenza. Ho l’impressione che nessuno sappia insegnare la buona educazione, nemmeno a casa, intesi. Ma non m’indigno: anche i miei studenti mi fanno fare la stessa figuraccia quando hanno una supplenza. Me lo immagino.

E dopo ci chiediamo come fare ad appassionarli allo studio, a far nascere in loro una qualche curiosità per un dato argomento? E poi andiamo alla ricerca di chissà quale strategia didattica per ottenere risultati migliori e duraturi? Non so, a me sembra un’impresa disperata. Eppure tento, eccome se tento. Sto qui a chiedermi che senso abbia qualsiasi cosa faccia in classe, alla disperata ricerca di un’altra strada percorribile ché la vecchia, con questa nuove generazioni, non lo è più. E m’impegno, cerco la collaborazione di qualche collega, o forse cerco solo qualcuno con cui sfogarmi. E la trovo anche la collega che dice: “sì, hai ragione, è proprio così, dovremmo fare qualcosa, ci vediamo durante un’ora buca” e poi non se ne fa nulla. Perché è vero che siamo esasperati da questa scuola in cui non siamo nessuno, in cui nessuno ci calcola. E parlo della scuola in generale, beninteso, della considerazione che nutre oggigiorno, della (scarsa) considerazione che nutriamo noi docenti oggi.

A volte mi sento trasparente per tutti, non solo per quelli che non si alzano quando arrivo in classe o per quei colleghi (uomini) che non rispondono al mio saluto.
Basterebbe poco per cambiare. Arrivare con il broncio e uscire con il sorriso.
Una volta mi capitava spesso. La scuola era il luogo della pace. Lasciavo il campo di battaglia (la mia casa con tutti gli annessi e connessi) e trovavo la pace.

Ritornerà ad essere la scuola quell’oasi di pace che ormai sembra irrimediabilmente perduta?
C’è qualcuno che distribuisce sorrisi gratis? Magari bastasse staccare il biglietto …

[immagine da questo sito]

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 2 febbraio 2014, in docenti, giovani d'oggi, scuola, studenti con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. E pensare che il mio sogno era insegnare! Ora, sentendo i racconti delle mia amiche insegnanti, son ben contenta di esserne fuori. Si può fare qualcosa? Credo di sì. Abbiamo cresciuto una generazione di bambocci che ha reso noi una generazione di demotivati ma io ho deciso, sul lavoro, di ritrovare la passione per me stessa, della serie: “Io sono la mejo, sono una grande professionista, do una pista a tutti, e lo faccio per me stessa, non me ne importa niente dei riconoscimenti che non verranno, dei tentativi degli invidiosi di denigrarmi, della demotivazione altrui che li renderà zavorra da trainare: io questa soddisfazione di diventare un grigio clone di altri grigi zombi non gliela do: avanti tutta!”.

    Ecco, diciamo che per ora riesce 😉

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    • Ecco, goditi il tuo lavoro e adotta la strategia che ritieni migliore per la tua soddisfazione. 🙂
      Purtroppo la tua strategia non è praticabile nel mio lavoro perché posso fare anche la lectio magistralis più bella della storia ma è il riscontro quello che conta.
      Fortunatamente delle tre classi che ho una si salva. E’ un piacere far lezione, anche se sono un po’ vivacetti (specie l’ultima ora) e alcuni devono essere richiamati costantemente all’ordine. Però con loro mi sento meno inutile. Certo, non esco dall’aula con il sorriso perché è comunque stancante tenere viva la loro attenzione per due ore di seguito. Va molto meglio quando ho un’ora sola, effettivamente.

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  2. Due ore di seguito in una classe sono stancanti. Tre ancora di più! e io avevo una preside che aveva l’abitudine di mettere(a noi di lettere) tre ore di seguito alle ultime ore. Da suicidarsi! Ho letto che in Finlandia fanno delle pause frequenti; forse è l’unico modo di non stancarsi e non stancare: lavorare meno, ma meglio.
    Quanto ai ragazzi, forse si dovrebbe far vedere loro l’istruzione non come un obbligo, ma come “un privilegio”, “un’opportunità”…che non tutti hanno. Ma capisco che è difficile con tutte le critiche che colpiscono scuola e docenti.E la conseguenza è che i docenti sono sempre più demotivati. Ma la strategia indicata da Diemme è interessante. Occorre NON MOLLARE!

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    • Non è l’orario ad essere pesante, credimi. Ci sono certe classi che sono pesanti anche per dieci minuti. Quella delle pause frequenti sarebbe un’ottima idea ma, figurati, la Gelmini ha imposto le ore di 60′ quindi stiamo freschi. Si potrebbero concepire dei moduli orari di 45-50 minuti ma è stato fatto un calcolo, nel liceo dove insegnavo anni fa, ed è praticamente impossibile conciliare gli orari.
      Pensa che in questo periodo in cui sono proprio stanca sto anche tenendo i corsi di recupero (Latino per le seconde e terze) di pomeriggio. Ieri verso la fine delle due ore (che già è una cosa folle, basterebbe un’ora e mezza) un ragazzo non riusciva a tenere gli occhi aperti. Mi ha detto: prof, con cinque ore stamattina, due ore di sportello di disegno e due di corso di latino … faccia lei. 😦
      No, io non mollo, sono una tosta. Mi spiace, però, lavorare in questo clima che è alquanto deprimente.

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