QUELLO CHE NOI PROF SPESSO NON ASCOLTIAMO

Per il Ministero dell’Istruzione siamo solo numeri: 18 ore per docente, tot classi per scuola, 27-30 allievi per classe, e non importa se le aule sono troppo piccole per contenerli tutti. Non importa se le ore a volte sono troppo poche per svolgere i programmi, fare le verifiche, interrogare … troppo poche per accorgerci che quelli che abbiamo di fronte non sono solo numeri, sono piccoli uomini e piccole donne che attraversano un momento delicato, quello dell’adolescenza.

Non c’importa dei loro disagi, delle loro lacrime, dei loro sospiri, del loro continuo chiedere di andare ai servizi, del movimento perpetuo che compiono nei loro banchi troppo stretti, troppo scomodi, troppo scolastici. Già, che cosa ci può essere di più scolastico di un’aula? Nulla. Forse dovremmo rendere quelle aule più umane e meno scolastiche, avere il coraggio di dire al diavolo i programmi, le verifiche, le interrogazioni, occupiamoci un po’ di loro. Chiediamo loro quali siano gli interessi, le passioni, gli amori e le amicizie, quale sia il loro mondo al di fuori delle alule scolastiche. Perché sono innanzitutto persone e poi allievi da interrogare, valutare, sgridare e colpevolizzare, ogni qual volta, incapaci di andare oltre a quei voti scritti ordinatamente sul registro, a quelle note affibbiate per non aver fatto i compiti, a quei meno che segnalano la distrazione o l’impreparazione, non ci chiediamo quale sia il vero perché di un curricolo scolastico deludente, di bocciature ripetute, di fallimenti sommati ad altri fallimenti.

Se ogni tanto, non dico sempre, fossimo capaci di trascurare i dettagli di quelle indicazioni nazionali propinate dal ministero, per essere uomini e donne alle prese con l’età difficile dei nostri allievi, forse ne risentirebbe lo svolgimento dei programmi ma ne guadagnerebbe il benessere dei nostri studenti. E forse eviteremmo tragedie come questa.

Aveva solo dodici anni, tutta la vita davanti. Ma lei odiava la scuola e odiava la famiglia. Chissà se qualcuno se n’era accorto, si era fermato a cogliere i segnali di un disagio che sarebbe bastato saper leggere e interpretare, mandando al diavolo, per una volta, l’analisi testuale e i problemi di geometria.

Io odio me, per tutte le volte in cui non ho chiesto ai miei ragazzi “oggi come state?”, per non aver fatto una lezione sulla bellezza della vita, sulla felicità che si può cogliere anche se fosse solo un filo d’erba in mezzo a una montagna di paglia.

Siamo in una gabbia, quella dei doveri, e non ci accorgiamo che stiamo trascinando anche loro dentro quella gabbia che dorata non è, è simile ad una prigione da cui escono grida di dolore che non siamo in grado di cogliere perché preferiamo essere sordi. Sperando che non accadano mai tragedie come questa. Ma quando accadono, allora è giunto il momento di fermarsi e pensare che le lezioni più belle forse non le abbiamo ancora impartite.

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 11 settembre 2012, in bambini, docenti, famiglia, giovani d'oggi, scuola con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 14 commenti.

  1. Per quel che mi riguarda la burocrazia e i programmi sono decisamente marginali rispetto ai miei alunni, ai quali più volte mi capita di dedicare la gran parte della lezione a scapito del programma, ma in fondo è proprio per loro che sono lì! So che anche le scartoffie sono da curare e lo faccio con dedizione, ma dedicando loro il tempo che meritano, che non sarà mai quanto quello dedicato ai miei alunni. Ed è vero che i ragazzi di oggi aspettano solo di essere ascoltati. Anche in famiglia…

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    • Anch’io cerco di dedicare del tempo ai miei ragazzi, cerco di ascoltarli e di supportarli. Purtroppo, però, non sempre certi disagi, così profondi e distruttivi, sono intuibili.
      In ogni caso, la mia voleva essere una sorta di provocazione nei confronti di chi pensa che l’unico dovere nostro sia svolgere i programmi e valutare gli studenti, e l’unico dovere loro sia studiare e ascoltare le lezioni senza fiatare. E pazienza se si annoiano, pazienza se vorrebbero urlare BASTA con tutto il fiato che hanno, pazienza se vorrebbero qualcuno che li ascolti e non solo che parli e pretenda che poi ripetano quello che hanno ascoltato.
      Questa è, in poche parole, l’incapacità di ascoltarli. Purtroppo succede anche in famiglia e la causa viene sempre data al tempo.

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      • L’attenzione al prossimo può davvero fare la differenza. L’insegnante, però, non è responsabile di tutto, non è il solo responsabile.
        Anche a me fanno molto pensare fatti come quello che hai citato, ma la presa di coscienza dovrebbe essere globale perchè cambino le cose, mentre come singoli bisogna perseverare anche se si è i soli a crederci.
        E’ davvero preoccupante che dei bambini/adolescenti portino dentro disagi così grossi che sfocino in gesti estremi e non sono pochi…forse dovremmo iniziare a preoccuparcene sul serio. Ognuno secondo quello che gli è richiesto.

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      • Certo, non possiamo essere responsabili di tutto. Ognuno ha il suo ruolo, le sue competenze e i suoi ambiti di intervento. Talvolta quella che manca è la sinergia che alcune situazioni difficili richiedono.

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      • Osservando il comportamento, lo sguardo, i cambiamenti nel rendimento scolastico e mille altri dettagli e ascoltando gli studenti quando ci parlano possiamo riconoscere molte situazioni problematiche e penso che in classe, anche nelle condizioni in cui lavoriamo di solito, ci sia un certo “spazio di manovra”. Possiamo far capire agli studenti che pensiamo a loro e al loro futuro, che sentiamo affetto e considerazione per loro, che se c’è qualche problema siamo lì. In molti casi questo è sufficiente ad appianare dei piccoli disagi o almeno a rendere lo studente più sereno e fiducioso quando sta con noi.
        Molti studenti però non se la sentono proprio di esporre problemi o preoccupazioni varie davanti ai compagni e non vengono a parlarci “a tu per tu” perché si sentono a disagio quindi dobbiamo impegnarci per trovare le occasioni adatte. Sarebbe bello se avessimo gli spazi e le condizioni per parlare un po’ da soli con ognuno dei nostri studenti, finché non li avremo ciascuno di noi dovrà continuare ad arrangiarsi come può.
        Comunque anche gli insegnanti che vorrebbero solo spiegare e verificare (e a questo punto mi domando perché non siano andati ad insegnare all’università dove avrebbero realizzato il loro sogno) dovrebbero notare che gli studenti tendono ad impegnarsi di più e a comportarsi meglio quando si ritengono considerati -considerati e non blanditi, sia chiaro.
        Buonanotte,
        Enrico

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  2. Lo svolgimento dei programmi costituisce un imperativo soprattutto nelle scuole superiori,mentre nella scuola dell’obbligo i docenti(soprattutto quelli di lettere)hanno maggiore libertà e anche l’apprendimento delle nozioni deve essere finalizzato alla “formazione della personalità”.Quindi il docente ha l’obbligo “morale e professionale” di trovare il tempo per l’ascolto e il dialogo(magari facendo qualche PROGETTO in meno).Purtroppo spesso questo non viene fatto per vari motivi,tra cui il fatto che alcuni docenti non hanno “abito mentale”necessario e/o temono di perdere la propria autorevolezza “dando troppa confidenza agli alunni”.

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    • Io insegno al liceo e non considero un imperativo lo svoglimento dei programmi. Personalmente li trovo vecchi, faticosi e noiosi. Troppo lontani dal mondo dei giovani d’oggi che trovano più interessanti altri stimoli. Cercando, comunque, di fare anche poco ma bene, credo che la cosa più importante sia l’innovazione didattica.

      Concordo sul fatto che alcuni docenti siano ancorati al pregiudizio che, utilizzando una didattica innovativa senza lasciarsi dominare rigidamente dallo svolgimento dei programmi per filo e per segno, si perda l”autorevolezza e si dia troppa confidenza ai ragazzi. Il problema è, secondo me, che bisognerebbe chiarire che cosa significhi “confidenza”. Io sono una docente aperta, ritengo che il patto formativo presupponga che si debba rispondere anche alle richieste degli studenti, oltre che imporre le nostre, ma non ho mai pensato che questo significhi dare troppa confidenza ai ragazzi.

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  3. Neanche io ho mai temuto di “dare troppa confidenza”,e ho avuto risultati positivi; ma purtroppo non siamo tutti uguali:ricordo colleghe quasi vantarsi che entrando in classe “si mettevano una maschera”.Io penso che,soprattutto in tempi così confusi, i ragazzi abbiano bisogno di docenti che trasmettano,col loro comportamento,valori positivi(come sono sicura che fai tu).Io ricordo che anni fa una mia alunna,parlando dei suoi professori in un tema,di me diceva che insegnavo loro a non scoraggiarsi davanti alle difficoltà e a “sdrammatizzare”:ritengo questo il più bel complimento mai ricevuto

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  4. @ Enrico

    Grazie per i bei commenti che lasci e per la scorpacciata di post che ti stai facendo. 😉
    Purtroppo in questo periodo sono molto presa dagli impegni (oltre ad avere qualche problemino di salute) e non ho il tempo né le forze per replicare come vorrei.

    Venendo al topic, credo che la maggior parte degli insegnanti sappiano cogliere i disagi e i momenti no dei propri allievi. Molti ragazzi, però, nascondono molto bene il loro stato d’animo oppure, se interpellati, minimizzano per tranquillizzare.
    Come madre ho vissuto il periodo dell’adolescenza dei figli con profonda inquietudine. Arriva un momento in cui non si sa davvero chi siano, che cosa vogliano e aiutarli non è facile perché prima di tutto sono loro a rifiutare l’aiuto, si chiudono a riccio e non permettono a nessuno di entrare nel loro mondo interiore. Ovviamente ci sono anche i casi in cui c’è complicità e confidenza con i genitori ma penso siano più eccezioni che regole.

    Un saluto e a presto.

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    • Figurati! Rispondi se e quando hai tempo =)
      Anche io come padre mi sono agitato quando è arrivato quel periodo anche se alla fine ce la siamo cavata abbastanza bene. Penso anche che se non fossi stato abituato a “gestire” adolescenti e preadolescenti avrei fatto molti più errori. Credo che la cosa più importante per loro sia la consapevolezza di avere qualcuno a cui rivolgersi e che sia disposto ad ascoltarli in caso di vero bisogno – anche se poi magari decidono di chiudersi a riccio.
      A presto!
      Enrico

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  5. Un gesto così estremo va compreso molto a fondo prima di trarre conclusioni…

    sono cmq d’accordo che la scuola è vetusta, un po’ come tutta la struttura italiana,,,

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  6. Sono il papà di una ragazzina di 13 anni che frequenta una scuola in cui le aule sono troppo strette, affollate e morbose e i programmi scolastici angusti, ciechi e assurdi in maniera complementare. Sono capitato qui perché questa sera stavo cercando di aiutare mia figlia a dare un senso al compito e allo studio che le era stato affidato. A un certo punto ho chiesto a mia figlia perché a suo parere le stavano facendo studiare quello specifico argomento e quale valore potevano avere quelle informazioni per lei. Risposta: nessuna spiegazione nessun valore, neanche il piacere della curiosità enciclopedica “lo studio perché devo, papà”. Non è sempre così. Ma questa volta è stato impossibile anche per me scovare una qualsiasi ragione, se non quella del dovere.
    La gabbia dei doveri. E se io penso a mia figlia in una classe di 28 in cui la capienza massima consentita è 18, sento, dopo la risposta di questa sera, quanto lei quanto è stretta questa gabbia. Abbiamo voluto risparmiare sulle risorse per ritrovarci con spazi ristretti, personale demotivato, programmi inadeguati. E dopo la risposta di questa sera, sto cominciando a vedere i danni cronici e profondi nella rassegnazione ordinata di mia figlia.
    Leggere questo post mi ha fatto star meglio. Spero nella forza del meglio e in una scuola fatta di insegnanti come l’autrice di questo post. Grazie.

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    • Grazie a Lei per il bel commento. Spero che in futuro Sua figlia possa incontrare insegnanti migliori, di quelli che lasciano un’impronta indelebile nella mente e nel cuore degli studenti. Io mi sforzo di lasciare quella traccia, a volte ci riesco a volte no. Dipende anche da quanto le persone sono ricettive.

      Un saluto.
      Marisa

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