ALL’ESAME CON LE INFRADITO: CACCIATO

Sarà capitato a molti di essere cacciati ad un esame universitario. D’altronde, quando si studia poco e ci si affida alla sorte può succedere. Ma che si venga cacciati per l’abbigliamento non credo sia cosa di tutti giorni.

Al polo universitario di Gorizia, nelle aule d’esame della facoltà di Scienze internazionali e diplomatiche nella sede dell’Università di Trieste, uno studente si è presentato con le infradito e non è stato ammesso a sostenere l’esame. Le comode calzature (in verità per me comode non sono perché mi fanno venire la vescica tra l’alluce e il secondo dito!) hanno appena compiuto cinquant’anni e sono adatte per la spiaggia, di certo non per le aule universitarie.

La guerra contro l’abbigliamento balneare è dichiarata da tempo da alcuni presidi delle scuole superiori. Questo caso è più raro, anche se si sa che più volte agli studenti presentatisi con addosso i bermuda è stato consigliato di andare a casa a cambiarsi. D’altra parte, anche quando le ragazze si presentano scollacciate e con un vestiario non consono, come osserva il direttore del polo didattico di via Alviano, Piergiorgio Gabassi, vengono invitate a darsi un certo tono.

Così commenta la notizia Gabassi: «Non conosco la dinamica di questo episodio in particolare, ma posso assicurare che non si trattava di una sessione di laurea, e quindi era probabilmente un semplice esame. Non ci trovo nulla di particolarmente strano, visto che anche a me è capitato, senza umiliare assolutamente nessuno, di invitare qualche studente ad andare a casa a cambiarsi perché vestito in modo non adeguato all’occasione. L’infradito dà particolarmente fastidio perché porta con sé una concezione decisamente “balneare” della situazione, ma per quanto mi riguarda anche i calzoncini corti, nei ragazzi, sono orrendi a vedersi: li abolirei».

Fra gli studenti intervistati, merita menzione una studentessa che osserva: «È una questione di rispetto. Vedo molte ragazze che vanno agli esami con gli shorts, ma io non lo farei mai. Per ogni luogo c’è una tenuta adatta».

Fortunatamente ci sono ancora ragazzi e ragazze bene educati.

[notizia da Il Piccolo; foto da questo sito]

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Pubblicato il 31 luglio 2012, in studenti, Università con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 8 commenti.

  1. Beh, è una questione di scelte e contesti! Se non ti va di piegarti a quello che ti viene chiesto dal tuo gruppo di appartenenza puoi semplicemente alzare i tacchi.

    Ci sono luoghi di lavoro nei quali devi avere una cravatta; e ci sono nazioni nelle quali la cravatta non esiste nemmeno. Quello che conta è rendersi conto del significato della cosa: la congruità dell’abbigliamento è parte della vita di comunità.

    Ci si deve scegliere con cura, ricordando che esiste sempre un luogo nel quale ciò che facciamo suscita indignazione ed ilarità; qualunque cosa facciamo. Però non esiste nessun luogo nel quale possiamo pensare di farci accettare contraddicendo le regole imposte dalla maggioranza delle persone.

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    • Secondo me è questione di educazione e basta.

      Visto che citi i luoghi di lavoro, ricordo che in banca gli impiegati erano sempre in giacca e cravatta, estate ed inverno. Ora … lasciamo perdere. E’ che i piedi non lo vedi ai cassieri ma secondo me qualcuno d’estate indossa le infradito. 😦

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  2. Per converso, devo dire che in campagna a raccogliere le cipolle non puoi presentarti con la giacca. Non è questione di educazione: è questione di contesto. Se vai a smontare un giunto cardanico con la cravatta (che potrebbe essere avvolta sull’albero ed ucciderti all’istante) le persone attorno a te ti prenderanno a calci, e con ragione.

    Se la cravatta non ti piace, puoi fare come me: la rifiuti, e costruisci la tua vita professionale lontano da essa. Mi è costato tanto, ma adesso che ci penso devo ammettere che ho fatto la scelta giusta. Pensa un po, ne è davvero valsa la pena.

    Quanto alle infradito: beh, onestamente non saprei dire se esista un mestiere che ne possa accettare l’impiego…..

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    • E’ implicito che una persona bene educata sappia quando indossare la cravatta e quando le infradito. In altre parole, sappia quando è conveniente o meno un certo atteggiamento. Un esempio che mi viene in mente è quello del telefonino: non serve che ci sia un divieto esplicito, è sufficiente capire quando lo si deve spegnere (a scuola, in tribunale, in ospedale, in chiesa …).

      Educazione significa rispetto delle regole, esplicite o implicite, della convivenza civile.

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  3. E’ (tristemente) significativo il fatto che lo studente in questione frequenti il corso di Scienze diplomatiche; direi.

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  4. Cacciare anche chi mastica gomme.
    Chi porta tatuaggi e tinte dei capelli improbabili (il cattivo gusto è l’abc).
    E il pelo o il solco interchiappa che emerge dai pantaloni a vita bassa?

    via, a casa

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    • D’accordo sulle gomme (i miei allievi sono avvertiti: la prima volta li invito a sputarle la seconda volta gliele faccio ingoiare! Lo direi volentieri anche ai signori genitori che si presentano ai colloqui ruminando … tali padri [e madri] tali figli) e sui pantaloni a vita bassa (nonché sui bermuda con tutti quei pelacci in mostra … ma questo l’ho già detto). Sorvolerei sui tatuaggi (a meno che non siano Corona Style … inguardabili le sue braccia!) e sul colore dei capelli. La moda è moda e spesso l’eccentricità (differente, a parer mio, dall’indecenza) non è sinonimo di maleducazione.

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