ABBANDONO SCOLASTICO: IL 18,8% DEI RAGAZZI OGNI ANNO LASCIA GLI STUDI


Il dato è parecchio sconfortante: sono 114mila all’anno i ragazzi, di età compresa tra i 14 e i 24 anni, che abbandonano gli studi. Un dato, in percentuale, che raggiunge quasi il 20% contro la media europea che si attesta sul 5%. Un dato che deve far riflettere, considerando soprattutto il fatto che in molti casi l’abbandono è precoce: tanti, infatti, con un percorso accidentato già alla scuola media, arrivano alle superiori e non ce la fanno. Bocciature, a volte ripetute, cambi di classe o di scuola oppure di indirizzo all’interno dello stesso istituto. Tutto inutile.

I dati emergono dall’ultimo, in ordine di tempo, rapporto Isfol, presentato martedì a Roma e un’indagine di Save the Children, che mercoledì a Napoli ha illustrato un progetto di contrasto alla dispersione scolastica dal titolo «W la Scuola». Raffaela Milano, direttore Programmi Italia Europa Save the Children Italia illustra il progetto che vuole «sostenere e migliorare l’apprendimento e il profitto scolastico dei ragazzi» stimolandone «la motivazione, per spezzare il circolo vizioso della dispersione scolastica, facendo leva sui ragazzi stessi che si rivolgono ai loro pari, convincendoli dell’importanza della scuola per il loro futuro».

Oggi per dispersione scolastica l’Italia è al quarto posto, in Europa, dopo Malta, Portogallo e Spagna. I Paesi dove il maggior numero di studenti decidono di lasciare la scuola sono la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Slovenia. Ma già gran parte dei Paesi europei hanno attivato un programma anti-dispersione raggiungendo buoni obiettivi, anche con grande anticipo rispetto alla data prevista: il 2020. L’Italia, da parte sua, è passata dal 19,2% del 2009 al 18,8% attuale. La previsione è di arrivare al 10%, sempre nel 2020, con almeno il 40% dei giovani laureati o diplomati. Sì, ma come?

La mia esperienza, non solo di insegnante ma anche di operatrice allo sportello d’ascolto (il CIC, attivo in tutte le scuole – o almeno dovrebbe esserlo – a seguito della legge n. 162 del 26 giugno 1990), mi dice che tutti i bei progetti sono inutili se dalle parole non si passa ai fatti. Le difficoltà che gli allievi incontrano nel loro percorso di studi sono molte e di vario genere: sentirsi inadeguati, avvertire il peso delle aspirazioni dei genitori quando se ne hanno di altre, trovare delle difficoltà nelle relazioni con i compagni e con i docenti, avere scarsa disponibilità alla competizione laddove ci si trovi in classe con piccoli geni in gara perenne, provare modesto interesse nei confronti dello studio e, di conseguenza, aver poca voglia di mettersi in gioco per dimostrare le proprie potenzialità, essere poco predisposti al sacrificio nel momento in cui ci si rende conto che i risultati non arrivano se si è propensi ad impegnarsi poco … Ne potrei elencare ancora molti e pochi di questi ostacoli sono di carattere prettamente scolastico, ovvero pochi in relazione con le difficoltà di apprendimento. Che ci sono, intendiamoci. Ad esempio il metodo di studio, che dovrebbe essere insegnato fin dalla scuola primaria e invece è ignorato da molti docenti della scuola media, cosicché i ragazzi arrivano alle superiori senza strumenti per affrontare lo studio in modo proficuo. Oppure la mancanza di prerequisiti che si presenta, sempre negli studenti che si iscrivono negli istituti superiori, a causa dei mille problemi che gli insegnanti della scuola media incontrano nel gestire classi multietniche o con la presenza di ragazzi problematici che impone la promozione sempre e comunque perché, poveretti, quelli che hanno voglia di imparare ce la mettono tutta. Sì, ma imparano ben poco.

Per migliorare la situazione si dovrebbero spendere più risorse in modo da garantire a tutti di proseguire senza difficoltà gli studi. Chiediamoci perché il modello finlandese o quello della Corea del Sud sono vincenti. Lì la bocciatura è quasi inesistente e i ragazzi in difficoltà sono supportati da tutor che li seguono passo passo e, nella peggiore delle ipotesi, vengono indirizzati verso curricula di studi alla loro portata. la selezione vera arriva poi all’università, quando però il 97% della popolazione scolastica arriva al diploma di scuola media superiore (questo, almeno, il dato della Corea)

Per ottenere questi risultati, però, è necessario che lo Stato investa una maggior quota del PIL: in Italia si spende poco più del 4% del PIL mentre nella Corea del Sud la quota è di oltre il 7%. Non solo: le previsioni di investimento per gli anni a venire decretano un’inesorabile diminuzione, passando al 3,7% nel 2015, via via diminuendo fino ad arrivare nel 2040 al 3,2%. Queste sono le condizioni ideali per uccidere del tutto la scuola italiana. E poco importa se il MIUR si sta muovendo per combattere la dispersione scolastica e l’abbandono: secondo Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione dell’esecutivo Monti, «grazie alla riprogrammazione di fondi già iscritti a bilancio, sono in arrivo 102 milioni di euro per combattere insieme abbandono prematuro della scuola e criminalità giovanile, perché le cause sono le stesse: povertà ed emarginazione. I ministeri dell’Istruzione e dell’Interno uniranno forze e fondi per finanziare progetti pilota in cento quartieri difficili del Mezzogiorno, dallo Zen di Palermo a San Giovanni a Teduccio a Napoli». Giustissimo occuparsi delle zone più deboli ma i fondi, a mio modesto parere, sembrano inadeguati, tanto più se l’ambizioso progetto è quello di intervenire, nei prossimi due anni, a sostegno di «ragazzi e famiglie dentro e fuori le classi: orientamento, aiuto ai genitori, una seconda opportunità per chi ha lasciato, ma anche realizzazione di impianti sportivi, laboratori artistici e altri spazi di socializzazione». Belle parole ma, almeno a prima vista, interventi un po’ deboli. Anche se è vero che innanzitutto è la mentalità delle famiglie che deve cambiare.

Nella Corea del Sud i ragazzi sono bravi nello studio anche perché nell’educazione che ricevono in famiglia, molto rigida come dappertutto in Oriente, la scuola e l’istruzione, nonché il rispetto nei confronti dell’istituzione in sé, sono ai primi posti e vengono sentiti come un valore irrinunciabile, sinonimo di lealtà e senso civico. Qui in Italia, invece, spesso e volentieri i genitori vestono gli abiti dei sindacalisti dei figli, li difendono e attribuiscono ai docenti tutte le colpe, condannandoli senza possibilità di appello. Raramente capita che in famiglia si difendano gli insegnanti, quando il pargolo non brilla, e con estrema facilità si “tolgono” i figli da una determinata classe o scuola perché i poveretti sono degli incompresi. Questo atteggiamento non fa che screditare il ruolo della scuola che, agli occhi dei fanciulli, non avrà granché valore ma sarà solo un luogo di sofferenza da cui scappare prima possibile e preferibilmente senza essersi ammazzati di studio.

Non nego, tuttavia, che ci siano anche dei docenti che sottopongono i loro allievi a vessazioni continue e seminano terrore nelle loro classi, convinti che quello sia il clima ideale per l’apprendimento. Come dire: l’insegnante cerbero, quello che mette votacci, alza la voce e tormenta i ragazzi, quello con cui per avere una sufficienza si devono sputar pallini e aprire la bocca solo se interrogati, quello che alla fine dell’anno ha metà insufficienze in una classe, quello, proprio quello, è il bravo insegnante perché non regala nulla a nessuno ed ottiene sempre silenzio durante le sue ore. Una volta era così, effettivamente, ma i tempi sono cambiati e non si può più pensare agli studenti come a degli automi, che non hanno la possibilità di manifestare il loro disagio, i loro dubbi, le loro difficoltà. Oggi, è bene chiarire il concetto, una classe per metà insufficiente in una determinata disciplina deve imporre una seria riflessione all’insegnante.

Insomma, bisogna sfatare il mito secondo il quale la scuola seria è quella che boccia, come voleva l’ex ministro Gelmini. La scuola seria è quella che dà una mano agli studenti, che non chiude loro la bocca, che li segue passo passo e li orienta, se necessario, verso percorsi di studio più adatti a loro. Non dico che non si debba bocciare, sia chiaro. Ma ripetere l’anno, quando è inevitabile perché non ci sono i numeri per la promozione, deve essere un’opportunità in più per i ragazzi e non una sorta di castigo, del tipo “ti metto le orecchie d’asino e vai dietro la lavagna”. Spesso succede che ragazzi ripetenti, inseriti in contesti diversi, con nuovi docenti e nuovi compagni, si riprendano alla grande. Se ciò non succede non si può né si deve etichettare il malcapitato come il “solito fannullone che non ha voglia di fare nulla”. Se molte volte è effettivamente così, altre lo è un po’ meno e, senza supporto da parte della scuola, non si ha la minima idea di quanto davvero si sentano abbandonati a sé stessi dei ragazzi con grandi potenzialità. In quei casi, l’abbandono è l’unica soluzione che riescono a trovare. Ed è la sconfitta della scuola.

[fonte per i dati della ricerca: Il Corriere]

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 7 giugno 2012, in docenti, scuola, studenti con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 12 commenti.

  1. cavaliereerrante

    Cara @Marisa …. mi trovi, fondamentalmente, d’ accordo con quanto hai scritto qui .
    Hai esplicitato, infatti, pressochè tutte le problematiche che impediscono alla Scuola ( e per Scuola con la “esse” maiuscola, io intendo la Scuola Pubblica ) di ricoprire il suo vero ruolo all’ interno di una società che si definisca laica, democratica e civile .
    Un solo aspetto hai … come dire ? …. trascurato : la scarsa preparazione ‘tecnica e culturale’ di non pochi Insegnanti ( soprattutto nelle scuole medie inferiori e superiori … ), nonchè la loro ridotta, se non inesistente, passione per l’ insegnamento, dovuta quest’ ultima anche alla insufficiente retribuzione economica ed alla infima considerazione loro riservata da un po’ tutta la società per questo lavoro che, più che una professione mirata al guadagno, è una missione motivata da una nobile passione ideale .
    Non sarà facile, quindi, riconquistare, da parte di Insegnanti appassionati come te ( e che per fortuna nostra, sono ancora la maggioranza all’ interno della categoria ), il posto che spetta alla Scuola perchè possa effettivamente svolgere i suoi compiti dispiegando le strutture, i ruoli e le finalità che le competono, troppo essendo stato il tempo degli scempi e delle scellerate riforme che hanno devastato la Scuola italiana, ma sono certo che – se continuerà ad animarvi un ‘amor docendi’ così grande – ce la potrete realmente fare, se non a sradicare il male, quanto meno a lasciare un segno visibile del cambiamento virtuoso che tutti noi, che amiamo la scuola e l’ imperdibile bene della conoscenza, auspichiamo nel cuore da lungo tempo ! 🙂
    In bocca al lupo …. ( e ti prego …. non mi rispondere con l’ orrido “crepi” ! ) …. cara amica, di tutto ciò che per la Scuola farai con i tuoi bravissimi colleghi, se esiste un dio della conoscenza e del progresso civile …. ve ne sarà accoratamente grato !
    @Bruno …

    Ps. Potreste, intanto, battervi affinchè, da parte degli studenti e delle loro famiglie, cessi di far circolare l’ imbecille termine di “PROF” rivolto all’ insegnante in luogo di “Professore” e “Professoressa” ??? Sembra un cosa da poco, ma da sola – a mio parere “errante” – è sufficiente a indicare il degrado della Scuola e la sua perdita di consistenza ! 😦

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    • Caro Bruno,

      come ho spiegato nel commento sul blog di Diemme, sono di corsa quindi non posso risponderti come vorrei. Intanto ti ringrazio per il tuo intervento, sul quale concordo quasi completamente, e ti auguro un felice week-end.

      Un abbraccio

      PS. Ti dirò: all’inizio mi urtava non poco essere chiamata “Prof” ma quando ho sentito che si rivolgevano così anche le bidelle e le impiegate, nonché i genitori, allora ho gettato la spugna. Ora mi sono abituata e non lo trovo così disdicevole.

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  2. cavaliereerrante

    Ti auguro BUON MARE ( anche se il tempo, si sta un poco guastando … ma il mare non perderà per questo … il suo fascino di pre-estate … 🙂 ), carissima @Marisa … e pensieri fertili e pacati per lo sviluppo della tua vocazione che ammiro tantissimo …. ! 🙂
    @Bruno

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    • Eccomi qui. Una veloce toccata e fuga senza spiaggia, purtroppo. Ma mi sono rilassata e spero di trovare un po’ di sole martedì … ho due giorni liberi e scappo di nuovo al mare a fare compagnia alla mamma. 🙂

      Dunque, ora cercherò di replicare al tuo precedente commento.
      E’ vero, il nostro stipendio è quello che è e a volte uno pensa “ma chi me la fa fare”. Nei momenti di sconforto (specie in prossimità della fine delle lezioni, quando il tempo sembrava non bastare mai) l’ho pensato anch’io. Ti dirò di più: il carico di lavoro che, almeno per noi docenti di lettere al liceo, è aumentato in modo spropositato (classi in più, materie con scritto e orale in più, riunioni in più, libri spesso non scelti che impongono una attenta analisi, classi numerosissime che impediscono di far fronte alle esigenze del singolo, ore in meno che rendono problematica l’attività didattica, sempre che si voglia insegnare seriamente … solo qualche esempio) ha influito negativamente sulla qualità della didattica. Ne sono consapevole ma non posso farci niente. Quando penso a quello che facevo una volta e lo paragono a quello che ho fatto negli ultimi tre anni – percependo uno stipendio che è pure diminuito! – mi avvilisco. ma non sono neppure disposta ad essere schiavizzata. Quello che faccio lo faccio con coscienza e passione ma ho eliminato il “di più”.

      Io credo che tutti gli scempi e le scellerataggini di cui parli non abbiano rovinato la scuola. Forse il “problema” è che, fannulloni a parte (ci sono ma sono la minoranza, comunque), finalmente i docenti hanno dimostrato di avere una dignità. Sembra paradossale, è vero, ma è così. Spero solo che dimostrino anche di avere le palle e di pretendere che il ministero, in barba agli “esperti” che non sanno nemmeno cosa voglia dire stare in cattedra e correggere più meno 1200 compiti per anno scolastico (i miei, li ho contati e ce n’è per tutti i gusti: temi di italiano, versioni di latino, prove di grammatica, prove di letteratura italiana e latina), ascolti le loro voci. Non so come né quando né se mai accadrà ma mi auguro che accada.

      Grazie per la stima che non manchi mai di dimostrarmi. Alla prossima.

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      • Ciao, solo una domandina: comprendo che correggere gli scritti sia davvero una mole di lavoro notevole, ma allora perchè i Prof si ostinano a fare prove scritte anche per materie orali? Ad esempio, prove scritte di Storia, di Filosofia che senso hanno? Non sarebbe meglio interrogare? Lo so è una d manda da genitore, ma me lo sono sempre chiesta e sono curiosa.

        PS
        Io trovo il termine Prof affettuoso, non lo userei mai per un docente di cui non ho stima e rispetto.

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  3. laGattaGennara

    quante riflessioni. troppe. e siamo sempre noi dal basso a immergerci. dall’alto sento abbandono

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  4. Cara Marisa,sono d’accordo con te.Purtroppo la scuola dell’obbligo insegna tante cose(spesso troppe e inutili),ma non abbastanza a studiare.Penso che ogni scuola ha compiti specifici:la scuola primaria,che dà agli alunni molti stimoli culturali,deve però soprattutto insegnare a “leggere,scrivere e far di conto”;la scuola media deve anzitutto colmare eventuali lacune che i ragazzi si portano dalla primaria(per evitare che se le trascinino nella scuola superiore…e nella vita), dare le “basi”nelle diverse materie e soprattutto far acquisire un’adeguata padronanza della lingua italiana,che è veicolare per l’accesso ai vari ambiti del sapere;e contemporaneamente tutta la scuola dell’obbligo deve far acquisire un corretto metodo di studio,tramettere “valori” e far emergere quei “talenti” che ciascun alunno(anche il peggiore)ha.Si evita o almeno si riduce l’insuccesso scolastico(fonte di disagio personale e di dispersione scolastica)se la scuola media svolge bene la sua funzione orientativa e la scelta del percorso scolastico successivo viene fatta consapevolmente,cioè tenendo conto di capacità, attitudini,interessi…, in collaborazione tra ragazzo,famiglia e scuola.Scusami l’immodestia,ma parlo “da esperta”,essendomi occupata per anni di orientamento.Se invece viene fatta una scelta sbagliata,è da auspicare che nelle scuole superiori si favorisca la possibilità di cambiare indirizzo di studi.
    Quanto agli insegnanti,sono ugualmente dannosi sia quelli che elargiscono voti alti immeritati per tenersi buoni alunni e genitori(magari per coprire le proprie magagne),sia quelli troppo rigidi,che terrorizzano gli alunni,con l’effetto di scoraggiare i più fragili e di far odiare la loro materia.Bravo docente è quello che crea in classe un clima positivo,che interessa e motiva tutti,che a seconda dei casi recupera e potenzia,che è autorevole ma non autoritario:insomma il docente di cui parla Quintiliano.
    Quanto alla bocciatura,io la considero una sconfitta del docente e in generale della scuola, e penso che vi si debba fare ricorso solo in casi estremi,quando ammettere un ragazzo alla classe successiva sarebbe contro i suoi interessi e diseducativo per lui e per la classe.In ogni caso non va data come una punizione,ma facendo capire al ragazzo che non è in discussione la sua persona,ma la sua preparazione, insufficiente per affrontare la classe successiva; e questo va spiegato
    anche ai genitori.
    Trovo positivo che si stanzino risorse per prevenire la dispersione scolastica, ma ciò non basta se non vi sono docenti motivati e strategie adeguate.In proposito permettimi di segnalare questo sito,creato da una mia amica,che potrà essere utile a chi opera nella scuola dell’obbligo,specie in contesti difficili e/o con alunni problematici

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    • Cara lilipi,
      io tendo ad assolvere sempre tutti, o almeno trovo gli alibi per tutti! Credo che la scuola media abbia dei seri problemi ma sono d’accordo sul fatto che spesso si insegnino delle cose inutili, nel tentativo, forse, di appassionare i ragazzi. Ricordo una preside che, qualche anno fa, venne a fare un corso di aggiornamento sull’autonomia e che ci stupì esaltando un magnifico progetto didattico dal tema “Come fare il pane in casa”. A parte che ormai c’è la macchina che lo fa (io ce l’ho e va benissimo), quale interesse possono avere dei ragazzini nei confronti del pane casalingo? Forse il gusto di maneggiare acqua e farina? Come se non iniziassero già alla scuola materna a fare ogni tipo di pasticcio travestito da “abilità per sviluppare la manualità”: 😦

      Sulla bocciatura sono d’accordo. Come ho già detto a diemme, è necessario far sì che tutti arrivino al diploma ma non che tutti si diplomino al classico o allo scientifico. Il problema è che molti non vogliono cambiare scuola e alla fine se ce la fanno, in otto anni, dovranno per forza fare i conti con l’università. Ed è lì che avviene davvero la selezione. Non dico che sia l’iter corretto, è ovvio. Dico solo che per alcuni è necessario sbattere contro un muro per capire come vanno le cose.

      Bello il sito della tua amica. Soprattutto è bello trovare delle persone così positive che riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno anche in situazioni difficili.

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  5. Bel post, piaciuto. Tanti gli spunti di riflessione, tra i tanti tocchi due tasti molto sensibili: le classi multietniche e la promozione sempre e comunque.
    Io sono a Milano, ci sono zone dove gli studenti non italiani sono il 99% degli studenti.
    Senza guardare i casi limite, la scuola sotto casa ha il 27% di non italiani che, se arrivano alle medie e non parlano italiano, rappresentano una bella sfida per i docenti che non sempre riescono a svolgere per bene e per intero il programma.
    Come arrivano al Liceo questi ragazzi? Con un bell’handicap da recuperare, e i docenti del liceo partono in quarta dando per scontato l’intero programma delle medie.
    Soluzione? Le classi ghetto non mi piacciono, un programma ridotto nemmeno, lasciare indietro chi non sta al passo neppure. E quindi?

    E’ proprio di questi giorni il caso dei bambini bocciati alle elementari di non so più quale città. Anche su questo punto proprio non saprei, si sono levate voci illustri sia a favore che contro e io davvero non saprei. Che ne pensate?

    Io osservo solo che i bambini, anche alle elementari, comprendono benissimo e captano anche il non detto. Mio figlio ha sette anni e mi chiede perchè Tizio non fa mai i compiti, non lavora in classe, eppure è promosso in terza? Come gli spiego che si promuove sempre e comunque e che le eccezioni vanno sui giornali?
    Ho un po’ dribblato e gli ho spiegato che deve impegnarsi a scuola per imparare a leggere e scrivere; sono cose che torneranno utili, indipendentemente da cosa fa Tizio.

    Bella osservazione, sottoscrivo:
    Oggi, è bene chiarire il concetto, una classe per metà insufficiente in una determinata disciplina deve imporre una seria riflessione all’insegnante.

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    • Per replicare al tuo primo commento, le prove scritte valide per l’orale si fanno semplicemente perché con 27-29 allievi e poche ore interrogare tutti almeno due volte a quadrimestre è praticamente impossibile. C’è poi da dire che in alcune materie una verifica orale non può comprendere tutta la parte di programma su cui occorre verificare la preparazione degli allievi. Mi spiego facendo l’esempio del latino. Quando interrogo (e interrogo!) chiedo il brano che dovevano tradurre per casa. Ovviamente sanno la traduzione e conoscono le regole comprese in quel testo perché sanno che chiedo quello. Per motivi di tempo, non posso verificare, ad esempio, la conoscenza delle declinazioni o delle coniugazioni verbali, anche se, accanto al brano noto, chiedo sempre una frasetta a prima vista, ma è comunque poco. Nelle prove di grammatica la valutazione è più completa e seria.
      Ciò vale anche per le prove di letteratura latina e italiana al triennio, molto più varie ed articolate di quanto possa essere qualsiasi interrogazione.

      Venendo al problema della scarsa preparazione dei ragazzi alla scuola media, anche a causa della presenza degli allievi stranieri che arrivano in Italia e vengono inseriti nella classe a seconda dell’età, pur senza una preparazione specifica a livello linguistico, dirò che io non sono contro le “classi separate” (la parola “ghetto” non mi piace proprio). L’importante sarebbe organizzare delle classi aperte dove possano confluire ragazzi con problematiche simili provenienti da classi diverse e in cui potrebbero, con l’aiuto di un mediatore linguistico, imparare a padroneggiare almeno un po’ la lingua per comprendere meglio le lezioni. Non parlo di una permanenza forzata e prolungata in queste classi, perché sarebbe opportuno avere il consenso dei genitori (ma chi mai si opporrebbe comprendendo che la classe di “inserimento” è un bene per il figlio?) e considerare i ritmi di apprendimento, rispetto alle singole situazioni di partenza, di ciascun allievo.
      Purtroppo, però, solo l’idea di essere tacciati di razzismo (falso problema, in questo caso) frena qualsiasi proposta. L’ex ministro Gelmini l’aveva appoggiata, all’inizio, ma se la sono mangiata viva. Quindi, come spesso accade, per non passare per razzisti si finisce per fare del male sia agli studenti stranieri sia a quelli italiani.

      Le bocciature a volte sono inevitabili, anche alle elementari. Io non mi schiero né a favore né contro. I casi sono diversi e vanno affrontati in modo diverso. Non si può generalizzare. Ma, ripeto, la scuola che boccia non è la migliore. Il massimo sarebbe poter seguire tutti i ragazzi in difficoltà, magari orientandoli verso percorsi di studio più adeguati alle proprie potenzialità (sto parlando in particolare delle superiori). Talvolta, invece, specie se parliamo dei più piccoli e fragili a livello di apprendimento, la permanenza nella classe in cui hanno incontrato delle difficoltà è auspicabile invece di mandarli avanti senza strumenti per affrontare lo studio negli anni successivi.

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  1. Pingback: La scuola, come e perché « Diemme

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