LA “LEZIONE” DEL MINISTRO FORNERO: “I NOSTRI GIOVANI SANNO TROPPO POCO”


Giovani ignoranti perché a scuola imparano troppo poco: non sanno le lingue, italiano compreso, e sono scarsi in matematica, di cui non conoscono nemmeno i rudimenti, ovvero non sanno “far di conto”. Questo, in sintesi, il discorso denigratorio del ministro Fornero, sorretto dalle solite statistiche che, al di là dei dati, presuppongono anche la corretta interpretazione, e dai soliti luoghi comuni sulla scuola italiana. Scusate, ma io sono stufa di sentire la solita solfa.

Ora, per prima cosa qualcuno dovrebbe dirmi a cosa serva oggi, ai nostri giovani ma non solo, saper “far di conto”. Persino le cassiere del supermercato sanno quanto resto dare al cliente perché glielo dice il display della cassa … che poi si dica che, in alcuni ambiti lavorativi, sia indispensabile avere delle conoscenze matematiche è tutt’altro discorso.

Ma veniamo ai soliti dati statistici utilizzati dal ministro Fornero per argomentare la sua tesi dal palco di un convegno sull’apprendistato tenutosi a Torino. Potevano mancare i dati OCSE PISA e i risultati delle prove InValsi? Certo che no. E che cosa ci dicono quei dati? Che siamo il fanalino di coda. Ma che quei dati devono essere interpretati e correttamente analizzati, cosa che nessuno sa fare, viene regolarmente taciuto. Senza tener conto del fatto che dei test precostituiti, al di là del sistema formativo di ciascun Paese, che non potrà mai essere lo stesso, e dei criteri di valutazione che non sono condivisi in ogni parte d’Europa, anche perché diversi sono i programmi di studio e differenti gli obiettivi, non dicono nulla o quasi. Siamo al 17° posto per la matematica e al 21° per la lettura? Se ne deduce che i giovani italiani sono ignoranti in matematica e italiano. Troppo facile. Forse bisognerebbe chiedersi: che cosa sanno i nostri studenti di italiano e matematica? Come vengono insegnate loro queste discipline? Qual è in Italia la pratica didattica più diffusa? Come vengono valutate le loro conoscenze, abilità e competenze? Quali sono gli obiettivi che i docenti si pongono per queste materie? E quali i programmi ministeriali?

Un’unica cosa sensata è stata detta dal ministro Fornero nella sua città: la scuola italiana spende poco per l’istruzione. I dati, questi sì, sono importanti: in Italia per l’istruzione e la formazione dei giovani si spende il 4,8% del Pil rispetto a una media Ue del 5,6. Troppo poco e non è difficile immaginare che ne risenta la qualità del servizio. Ciò non significa necessariamente che i docenti non sappiano fare il loro lavoro. Personalmente credo che si sia sviluppata, nel tempo, la capacità di fare quasi dei miracoli con le scarse risorse che lo Stato mette a disposizione della scuola pubblica. Ovviamente ciò vale in alcune realtà ma non in tutte.

Nell’articolo del Il Corriere, che costituisce la fonte di questo post, si legge una corretta osservazione da parte di Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, che rifiuta l’«etichetta snob generalizzata» attribuita dal ministro all’università (lei pure è una docente universitaria …), puntando invece il dito contro gli scarsi investimenti: «L’Italia è un Paese con pochi laureati anche perché poco ha destinato all’università e alla ricerca. Un Paese dove la classe dirigente (con una percentuale di laureati del 10%) probabilmente fa fatica a capire l’importanza di certi investimenti». Sulle statistiche citate dalla Fornero, Cammelli osserva: «I dati Ocse sono una media, non dicono che i ragazzi del Nord eccellono. Appiattire tutto ai livelli minimi non fa bene: così si rischia di gettare sui giovani un’ombra che penalizza tutti».

Ecco, su questo sono d’accordo. Visto che già si sa quale sia l’anello debole, perché investire altri soldi pubblici, che potrebbero essere invece destinati alle aree più in difficoltà a livello scolastico, nei test InValsi? Ne ho parlato in un precedente post e non vorrei aggiungere altro.

C’è un’ultima cosa su cui vorrei soffermarmi a riflettere. In Italia, sottolinea il ministro Fornero, i laureati sono troppo pochi: quelli tra i 30-34 anni con un titolo universitario sono il 19,8%, in Francia il 43,5, nel Regno Unito il 43, in Spagna il 40, la media comunitaria è del 33,6. Dato che la Fornero è ministro del Lavoro dovrebbe sapere che una buona parte di quei giovani laureati, una percentuale a suo dire scarsa, è disoccupata o impiegata in occupazioni modeste per cui non è richiesta alcuna laurea. Non si fa che ripetere che in Italia ci si laurea in troppi, tanto che molte facoltà sono a numero chiuso. E dovremmo avere un maggior numero di giovani laureati? Per fargli patire la fame? Per ingrossare la ben nutrita schiera di bamboccioni per la quale si addossa quasi ogni responsabilità alla tipica mamma-chioccia italiana che non molla mai i suoi pargoli?

Infine, se i ragazzi non sanno leggere e “far di conto” è colpa della scuola e degli insegnanti. A nessuno viene mai in mente che potrebbe anche essere un po’ – non dico tanto – colpa loro? Se magari la smettessero di farsi fare i compiti da Internet, prestassero una maggiore attenzione in classe, si impegnassero nello studio a casa, senza lasciarsi distrarre da mille altre attività, certamente più gratificanti, forse sarebbero meno ignoranti.

Quello che manca nei nostri giovani – non tutti, fortunatamente – è la “cultura della cultura”. Sembra un bisticcio di parole ma, se ci pensate un po’ su, non è affatto un paradosso.

P.S. La Fornero dice che i ragazzi non sanno fare i conti? Li ha fatti bene lei, i conti, soprattutto per gli esodati …

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Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 8 maggio 2012, in Lavoro, scuola, studenti, Test Invalsi con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 7 commenti.

  1. laGattaGennara

    e sto macinando tutte queste cose, questi dati, questi proclami, questi conti.

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  2. Onestamente anche a me Fornero è antipatica e detesto i suoi giudizi liquidatori quanto le sue lacrime.
    Debbo però osservare che la cultura matematica non serve solo a far di conto e che la sua utilità non è limitata ad alcune professioni.
    In realtà è essenziale ai fini della formazione, come abito mentale ad affrontare i problemi che la vita pone. Un’abitudine alla razionalità e alla precisione che viene fornita con difficoltà da altre materie. Tra le altre cose nell’analisi matematica il far di conto non c’entra nulla.
    Secondo la mia esperienza, a prescindere dai dati statistici, è vero che l’ignoranza (matematico scientifica) regna sovrana anche in persone che dovrebbero avere una cultura superiore.
    Ritengo che questo sia il prodotto di scelte antiche, specifiche del nostro paese in cui si è sempre ritenuto la cultura umanistica superiore rispetto alla conoscenza matematica, liquidata semplicemente come “strumentale”.

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    • Ma infatti, anch’io dico che la matematica può essere utile e formativa, non il “far di conto” in sé.

      Per lo studio ci vuole impegno e costanza; in alcune materie, come la matematica, il Latino e le lingue straniere, laddove ci sono delle regole da cui non si può prescindere, ce ne vuole di più. Non tutti sono disposti a fare questa fatica, purtroppo. Io onestamente non capisco come fanno certi a finire il liceo scientifico senza aver mai capito un acca della matematica. 🙄

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  3. Neanche a me la Fornero è simpatica,però purtroppo l’ignoranza c’è,anche se non dappertutto e non a causa dei docenti.E anche se si è privilegiata la cultura umanistica,anche lì le carenze ci sono.E’ che oggi i ragazzi hanno più distrazioni,studiano meno col beneplacito di molti genitori,hanno molte più informazioni e meno istruzione di base(ortografia,tabelline…)e poi i nodi vengono al pettine:aspiranti giudici che fanno errori di ortografia nelle prove di esame,avvocati che usano male la punteggiatura nelle “comparse”,concorrenti a quiz televisivi che ritengono che la Sicilia sia bagnata dal mar Adriatico…Forse le cose funzionerebbero meglio se nella scuola dell’obbligo si facessero meno progetti e visite guidate e si stesse di più in classe a leggere/comprendere/parlare/scrivere,fare esercizi(anche in forma ludica),analizzare carte geografiche e guardare materiale documentario che illustri diverse realtà geografiche,…Ma
    nell’epoca dell'”apparire”probabilmente questo è troppo banale!

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    • Hai ragione, di errori ne commettono tanti. Credo sia una questione di superficialità: a scuola imparano e i docenti correggono ma gli studenti continuano a fare gli stessi errori. Insomma, il detto “sbagliando s’impara” non vale per le nuove generazioni.

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  1. Pingback: ESODATI: LA FORNERO HA SBAGLIATO I CONTI … E ANCHE L’ITALIANO « Marisa Moles's Weblog

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