EDUCARE ALLO STUDIO, EDUCARE AL LAVORO

Quante volte, ai colloqui con gli insegnanti, arrivano genitori preoccupati e a volte depressi perché dicono che il/la loro figlio/a studia, studia ma non arriva al sei? Molte.

Quante volte gli stessi studenti (quelli più grandicelli, è ovvio) ci rincorrono per i corridoi e scaricano la frustrazione provata nello studiare tanto senza arrivare al sei? Tante.

Quanti di questi genitori e allievi ci chiedono aiuto? Pochi. La maggior parte sembra voler trovare una giustificazione alla loro aurea (beh, mica tanto!) mediocritas. E anche quando sottolineiamo le loro carenze, quando diamo consigli e dispensiamo raccomandazioni, gli stessi ritornano a compiere i medesimi errori, sembra non si sforzino nemmeno di cambiare. Non ci ascoltano.

A scuola s’imparano molte cose. Nozioni su nozioni nelle varie discipline, prima di tutto. Come se le conoscenze fossero l’unico patrimonio da conquistare. Certo, senza le conoscenze è difficile arrivare al sei o addirittura ottenere dei buoni voti. Ma al di là di quelle nozioni indispensabili per imparare una materia, poi ci vuole la logica, la deduzione, la capacità di stabilire relazioni nel mare magnum dell’appreso, abilità fondamentali da acquisire nell’ambito delle materie di studio. Memorizzare le regole e le nozioni è di certo un buon inizio, ma ci vuole anche altro. Impegno, innanzitutto, allenamento costante, il che significa fatica e sacrificio. In altre parole: lavoro.

Spesso ho sentito gli studenti lamentarsi del fatto che il loro lavoro non sia retribuito. A rigor di logica avrebbero anche ragione. Se noi docenti a scuola e i genitori a casa continuiamo a ripetere che studiare è il loro lavoro, ragion per cui devono impegnarsi al massimo per farlo bene, perché mai dovrebbero lavorare gratis? Semplicemente perché lo studio, con la fatica e i sacrifici che comporta, è una specie di tirocinio alla vita di domani. E, si sa, i tirocinanti di solito lavorano gratis.

Abituarsi all’idea che dopo tanta fatica e tanti sacrifici poi si otterrà qualcosa di buono (una buona professione, delle belle soddisfazioni, la possibilità di progredire nella carriera e di migliorare la propria posizione sociale ed economica) non sarebbe male. Ma con qual coraggio lo possiamo dire ai giovani d’oggi? Beh, signori miei, quel coraggio lo dobbiamo trovare perché altrimenti la scuola, lo studio perderebbero ogni significato. Ben sappiamo quale senso di frustrazione colga molti laureati costretti a fare dei lavori sottopagati e mortificanti. Ma non dobbiamo togliere loro almeno la speranza di un domani migliore. Lo so che è difficile ma l’unica strada da percorrere è quella che dia un senso all’istruzione. Fare in modo che i ragazzi capiscano che educare allo studio, come ci sforziamo ogni giorno di fare, al di là delle conoscenze che trasmettiamo, è un po’ come educare al lavoro. E lavoro non significa solo fatica e sacrifici ma anche soddisfazione e passione.

Tempo fa ha fatto notizia la decisione dei genitori francesi di non far svolgere ai propri figli (nello specifico quelli che frequentano le elementari) i compiti a casa. Il nostro ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, ha appoggiato questa forma di protesta con delle argomentazioni, a mio parere, alquanto deboli. (ne ho trattato QUI) In quella occasione aveva espresso la sua contrarietà all’abolizione delle attività domestiche anche Giorgio Israel nel suo blog. Allora l’articolo mi era sfuggito e l’ho letto solo adesso. ne riporto qualche brano:

Ci sentiamo ripetere tutti i giorni che, per superare la crisi e far ripartire il paese, occorre mettere in campo un rinnovato senso di responsabilità e la capacità di fare sacrifici. Del resto, che cosa inspira la riforma delle pensioni, la politica fiscale e la riforma del lavoro se non il principio che occorre lavorare di più a fronte di minori redditi? Si ribadisce che la società – in definitiva, chi lavora sodo con senso di responsabilità – non può più sovvenzionare pensionati cinquantenni ed evasori fiscali. Ma per mettere in campo una simile energia di riscossa non è necessario soltanto che si diffondano atteggiamenti eticamente e socialmente corretti, ma anche una passione per il lavoro, la capacità di applicarvisi sopportando le fatiche che comporta, e le competenze per svolgerlo bene. L’istituzione in cui le società moderne educano cittadini che possiedano questa sintesi di spirito etico e di competenze è l’istruzione pubblica. La scuola non è soltanto il luogo dove si acquisiscono le conoscenze e le capacità adatte a svolgere qualsiasi attività lavorativa, ma anche il luogo in cui si acquisisce l’attitudine a lavorare, che significa anche (o soprattutto) impegno, sforzo, sacrificio. Difatti, non è naturale passare ore in un ufficio, in una fabbrica o in un’aula: è una costrizione che allenarsi allo sforzo e alla concentrazione può, paradossalmente, trasformare in qualcosa di stimolante e persino di piacevole. La scuola ha sempre avuto la funzione di fornire tale allenamento, che è rappresentato non soltanto dalle ore passate con l’insegnante e i compagni di classe, ma dal lavoro a casa, in cui si confronta individualmente, faccia a faccia con sé stessi, con i risultati del lavoro fatto. È qualcosa che non soltanto stimola il senso di responsabilità, e addestra allo sforzo inerente a qualsiasi attività lavorativa; ma è la via maestra per realizzare l’obbiettivo tanto proclamato dai pedagogisti “moderni”: la capacità di “saper fare”, di applicare le nozioni apprese, che non si stimola e non si verifica nelle attività collettive che spesso nascondono le magagne in un calderone indistinto. Di qui il ruolo dei “compiti a casa” di cui tanto si discute in questi giorni. (continua su I COMPITI A CASA. DOVERI E VALORI. In difesa dello studio)

Ecco, io credo che il punto della questione sia proprio questo: i ragazzi sono poco abituati a lavorare. Se lo studio è anche e soprattutto lavoro, quale preparazione potranno avere – e non sto parlando solo di quella culturale – se non si abituano al sacrificio e all’impegno che ogni lavoro comporta?

Informazioni su marisamoles

Da piccola preferivo parlare ... oggi mi piace scrivere

Pubblicato il 6 maggio 2012, in docenti, famiglia, Francesco Profumo, giovani d'oggi, Lavoro, scuola, studenti con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. non tutti i docenti insegnano un metodo di studio, e quindi di lavoro…

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  2. Purtroppo i ragazzi incontrano difficoltà perché spesso nei vari gradi di istruzione non sono gradualmente abituati allo studio e anche perché i libri di testo molte volte sono prolissi,dispersivi e poco chiari, con esercizi capziosi,poco adatti a far sviluppare capacità logiche,critiche ed espressive

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    • Hai toccato un tasto dolente: quello dei libri di testo. Ho impiegato tutto il pomeriggio per compilare le schede di adozione. E meno male che c’è il pc e il web e si può usare il copia-incolla … un lavoraccio comunque. E poi si rischia di fare scelte sbagliate perché, è inutile che ce lo nascondiamo, tutti i libri sembrano belli ma le lacune e i vari difetti emergono solo usandoli.

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